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Armida Barelli e Mario Ciceri: il fascino ordinario della santità

Armida Barelli e Mario Ciceri: una donna e un uomo. Una laica impegnata nel mondo e un prete. Una vita d’avanguardia e un’avanguardia tra le pieghe dei vissuti. È il fascino ordinario della santità. E sabato 30 aprile – nel corso di una celebrazione presieduta in Duomo alle ore 10.00 dall’Arcivescovo Mario Delpini – i loro nomi andranno ad aggiungersi nel registro dei Beati.


Il giorno successivo, domenica 1 maggio si celebrerà in Università Cattolica la messa di ringraziamento, presieduta da monsignor Claudio Giuliodori in occasione della Giornata per l’Università Cattolica.

La memoria liturgica di Armida Barelli ricorrerà il 19 novembre, mentre per don Mario Ciceri il 14 giugno.

 

ARMIDA BARELLI 

Dall’Azione Cattolica
all’Università del Sacro Cuore

ARMIDA BARELLI nasce il 1° dicembre 1882 a Milano da una famiglia borghese, studia in un collegio svizzero. 

Tornata a Milano, si dedica ai ragazzi abbandonati e poveri, collaborando con Rita Tonoli, che fonderà poi un istituto dedito all’assistenza di tali ragazzi e che la mette in contatto con padre Agostino Gemelli, appena convertito. L’incontro con il frate segna per lei l’inizio di una collaborazione che durerà tutta la vita: Azione cattolica, Istituto Secolare Missionarie della Regalità, Università cattolica del Sacro Cuore, Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo. 

Nel 1918 fonda la Gioventù femminile cattolica milanese, chiamata a tale incarico dal card. Ferrari che, dinanzi alla propaganda marxista, vede l’urgenza di una formazione delle giovani, per testimoniare con la vita il battesimo ricevuto. Diventa la Sorella maggiore di un gruppo di giovani che dalle parrocchie milanesi si ritrovano in vescovado ad approfondire problemi teologici e sociali per controbattere la propaganda marxista. 

L’esperienza positiva di Milano spinge il papa Benedetto XV ad affidarle lo stesso compito per tutte le diocesi italiane. Ancora una volta, la Barelli vorrebbe non accettare l’incarico, ma alle sue resistenze e al desiderio di partire come missionaria, il Papa risponde: «La sua missione è l’Italia», e la invia «non come maestra tra allieve, ma come sorella tra sorelle», perché le giovani prendano coscienza del loro essere cristiane e riscoprano la loro dignità di donne. 

Nel 1919, insieme a padre Gemelli, fonda l’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Cristo e con lui anche l’Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo. Nel 1921 fa parte del gruppo dei fondatori dell’Università cattolica del Sacro Cuore, fermamente convinta di intitolarla al Sacro Cuore e ne diventa indispensabile “cassiera”. 

Al crollo del regime, continua un’opera preziosa per l’inserimento nella vita politica delle donne chiamate a votare per la prima volta.  La sua apertura al mondo che la circonda, oggi diremmo ai segni dei tempi, è straordinaria. Nel 1946, Armida viene nominata vice presidente generale dell’Azione cattolica da Pio XII. Nel 1949, si ammala di paralisi bulbare, che la porterà alla morte. Scrive: “Accetto la morte, quella qualsiasi che il Signore vorrà, in piena adesione al volere divino”. Muore il 15 agosto 1952 a Marzio (Varese). È sepolta dal 1953 nella cripta della cappella dell’Università cattolica del Sacro Cuore a Milano.

 

MARIO CICERI:

La “santità
della porta accanto”

MARIO CICERI nasce in una modesta cascina di Veduggio, in Brianza, l’8 settembre 1900. Era il quarto di sei fratelli, nati dal matrimonio di Luigi Ciceri e Colomba Vimercati. A breve la famiglia avrebbe accolto altri tredici figli, a seguito della morte di parto della cognata, Giuseppina Galbiati, moglie dello zio Francesco. Sembra un dato scontato per il tempo, ma non lo è affatto. Manifesta una disponibilità all’accoglienza ben radicata nella vita della gente. Dopo le speranze di un avvio strepitoso del secolo, si susseguiranno in meno di cinquant’anni due guerre mondiali, assai sanguinose e piene di strascichi e ferite per la gente. 

Durante la prima guerra Mario è in Seminario, a Seveso. Ascolta da lì i drammi del conflitto e il bisogno estremo del prendersi cura, di rimanere vicino, ritrovare l’essenziale, per chi è al fronte e per chi è rimasto, per chi tornerà e per chi non tornerà più. È un ragazzo semplice, popolare, «timido e regolare», come si legge nei giudizi del Seminario. 

Il 14 giugno 1924 viene ordinato dal cardinale Eugenio Tosi e riceve la sua prima e unica destinazione. Viene inviato nella parrocchia di Brentana di Sulbiate per seguire i giovani e l’oratorio. Vi rimarrà fino al 9 febbraio 1945, anno della sua morte, a seguito di un incidente. 

La vita di quegli anni è quella di un prete semplice, disponibile, incredibilmente vicino alla gente. Si occupa degli aspetti essenziali del ministero di un prete di sempre, del tutto omogeneo  all’epoca:  la  cura  della  liturgia  e  la  celebrazione  dei  sacramenti,  la  predicazione  ordinaria, l’accompagnamento dei ragazzi e dei giovani, la formazione attraverso l’oratorio e l’Azione Cattolica, dalla quale era stato a sua volta formato a Veduggio. 

Lascia spazio soprattutto alla carità che prende il sopravvento: la cura dei malati, la visita ai carcerati e il loro reinserimento nella vita ordinaria, i poveri. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, don Mario cerca di essere vicino ai suoi giovani al fronte. Si inventa un foglio di collegamento per loro.  Inoltre, don Mario non ha paura di rischiare pesante, raccogliendo tutto un popolo ai margini, generato dal conflitto: soldati, sbandati, renitenti alla leva militare in opposizione al regime, i partigiani, i fuggiaschi italiani e stranieri. 

Spesso si fa compagno di viaggio di questi, con la sua bicicletta, in Valchiavenna, per cercare un varco di salvezza in Svizzera. 

Insomma, tutto ordinario e insieme straordinario nella sua ordinarietà. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio». Don Mario è la figura consolante di questa santità.