Una regalità rovesciata

di don Roberto Viganò
scheda settimanale n. 10 – 11 ottobre 2018 diocesi parrocchia oratorio avvisi

Nell’ultima domenica dell’anno liturgico la Chiesa celebra la solennità di Cristo Re. La Parola che oggi abbiamo ascoltato è sorprendente, anzi sconcertante, perché presenta una regalità rovesciata: non sotto il segno della gloria, della potenza, ma sotto il segno dell’amore, dell’umiltà, del dolore.

Noi sappiamo come Gesù nel Vangelo aveva accolto diversi appellativi: Rabbì ( maestro), profeta, pastore, ma su quello di “RE” fece una resistenza assoluta. E quando lo vollero fare re, dopo il miracolo dei pani e dei pesci, scomparve e si ritirò, solo, sul monte a pregare.  Per quel titolo non era disponibile. E quando alla vigilia della sua morte, interrogato da Pilato, ammise di essere re, fu solo dopo aver premesso che il suo regno non era di questo mondo. Non era alla maniera dei re della terra, di cui aveva svelato tutta l’ipocrisia. “Dominano”, diceva, “sono despoti e si fanno chiamare benefattori, ma tra di voi non sia così”.

Noi oggi gli diamo il titolo di Re, ma penso che Gesù risponda come a Pilato: “Sì è un titolo che io non ho cercato, ma il mio regno non è di questo mondo”.

Noi sappiamo come sulla croce avevano messo una scritta carica di ironia: “Costui è il Re dei Giudei”. I soldati sotto la croce lo deridevano così: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”.  Anche un malfattore crocifisso al suo fianco imprecava contro di Lui dicendogli: “Salva te stesso, sei tu il Messia”, perché nella mente di questi personaggi, ma anche per la mentalità di oggi, il Re è un vincente, è una persona che ha in mente solo sé stesso,  il suo successo.

Sotto la croce, invece, si assiste ad una serie di paradossi: a Gesù non interessa salvare sé stesso, ma ha in mente gli altri, ha in mente ciascuno di noi. È il paradosso di uno che sta nello strazio e nell’infamia di ogni delitto, compagno, diceva S. Paolo VI, del dolore umano, uno che nell’ora estrema trova conforto nelle parole di un malfattore. I malfattori, quelli che per i fanatici di ogni fede, non hanno un cuore.  E Lui, Gesù invece trovò cuore nelle parole di un ladrone che, dalla croce vicina, si rivolse a Lui, chiamandolo con il suo nome, Gesù. Proprio così disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. “Oggi con me sarai in Paradiso”: unica canonizzazione certa della storia, canonizzazione senza miracoli.

Il regno di Gesù, amico di pubblicani e di peccatori in vita, loro compagno perfino nell’ultima sua ora, quella della croce. E vuole quel ladrone compagno nel suo regno, per via di un briciolo di cuore, che egli sapeva scoprire anche in un malfattore.

Sulla croce avviene il rovesciamento di tutti i pensieri normali, uno che non dice: “Ammazzateli tutti”, ma “Padre perdonali, non sanno quello che fanno”; e lo avevano crocifisso. C’è da contemplare e da adorare in silenzio un Dio che non scende dalla croce per farla pagare a qualcuno. C’è da sostare in silenzio e sentirci abbracciati, ladroni come siamo, tutti.

Risentiamo l’invito di Paolo nella Lettera ai cristiani di Filippi, un invito che nasce dalla contemplazione del Gesù della Croce. L’invito arriva a noi, scrive Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo”.
Guardiamo il Signore dalla croce e chiediamoci se i nostri sentimenti, quelli che ci abitano, se il nostro modo di pensare e di sentire, sono i suoi.  Paolo, per ricordarcelo, scrive un inno che canta il paradosso di Dio. Lo rivolge ad una comunità in cui “i rapporti interni” si erano gravemente deteriorati, a causa dello spirito di parte, della rivalità, della vanagloria, della volontà di affermare sé stessi, anziché valorizzare gli altri.

Tutto questo corrodeva il tessuto della fraternità. Paolo a questa situazione trova il rimedio: contemplare il Gesù della croce e la rivoluzione che è avvenuta in Dio. L’Apostolo dice che Gesù “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo la condizione di servo”. Dice ancora: “Guardate la rivoluzione avvenuta in Dio: svuotò sé stesso, si spogliò della sua divinità, rinunciò ad essere Dio e prese la forma di schiavo, di servo, divenendo simile agli uomini. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù”. L’augurio è che ognuno di noi sia icona e trasparenza del volto di Gesù.