Sono io! Non abbiate paura

Quarta Domenica dopo l’Epifania – 3 febbraio 2019 – scheda settimanale

Le parole del cuore, le parole delle labbra
La preghiera di Gesù
Di don Biagio Pizzi

Il Vangelo di questa domenica ci dice che Gesù “congedate le folle e i discepoli, andò sul monte a pregare”. E’  la seconda volta che l’Evangelista Marco ci presenta Gesù in preghiera notturna, e sempre in momenti di prova. La prima volta, dopo una giornata di fatica per le guarigioni di molti ammalati e indemoniati, per sfuggire alla tentazione di orgoglio. “Tutti ti cercano”, gli dice S. Pietro. Ma Gesù non vuole il successo personale, neanche a fin di bene. Anche nell’orto degli ulivi, quando, abbandonato da tutti e triste fino alla morte, in dialogo con il Padre, pregava “passi – se possibile – quest’ora” (Mc. 14,35). Dialogo intenso, in preghiera, che Gli dà luce e forza per proseguire  la sua scelta di Figlio prediletto, sempre pronto a fare quello che vuole il Padre.   Da qui si conosce come ha pregato Gesù: ha pregato lasciandosi guidare dallo Spirito Santo, che è l’Amore che lo lega al Padre.  Gesù porta alla perfezione quella  interiore adesione del cuore e di tutto l’essere a Dio, che costituisce il segreto biblico della preghiera.  Il Padre lo esaudiva sempre, perché Egli  faceva sempre le cose che gli erano gradite, lo esaudiva per la sua filiale sottomissione. Se anche noi, nella nostra preghiera, adeguiamo la nostra volontà a quella di Dio, e non chiediamo se non ciò che Dio vuole, avviene che Dio vuole tutto ciò che noi chiediamo.  Gesù orante ci insegna che la cosa più importante, nella preghiera, non è tanto ciò che si dice, ma quanto ciò che si è. Nella preghiera non conta tanto ciò che si ha sulle labbra, quanto ciò che si ha nel cuore. La preghiera, come l’agire, segue l’essere.   Nella vita di preghiera, è lo Spirito Santo che riforma l’essere di chi prega, suscita l’uomo nuovo, l’uomo amico e alleato di Dio , purificando  il cuore ipocrita e ostile a Dio.  Lo Spirito Santo, venendo in noi, non si limita ad insegnarci come bisogna pregare, ma prega in noi; non dà una norma di preghiera, ma una grazia di preghiera.  Così la preghiera viene a noi per infusione , come dono.  Infatti, dice S. Paolo: “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che  grida : – Abbà, Padre!” ( Gal. 4,6)  Questo vuol dire, questo significa pregare “nello Spirito” o anche “mediante lo Spirito”. E’ lo Spirito Santo che infonde nel cuore il sentimento della figliolanza divina, che ci fa sentire figli di Dio: “Lo spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio”. ( Rom. 8,16).  Per questo Gesù ci ha insegnato il “Padre nostro”: la Sua preghiera.  Alcuni Santi  iniziavano a recitarlo e, dopo ore, erano ancora fermi alle prime parole. Di S. Caterina da Siena  si dice che “difficilmente arrivava in fondo ad un Padre nostro, senza essere già in estasi”.  Ma quando noi recitiamo il Padre nostro, spesso,  lo diciamo senza sentire nulla, lo ripetiamo solo sulla parola di Gesù. Allora è il momento di ricordare che se la recita del Padre nostro  non rende felici noi, rende, però, felice Dio Padre che lo ascolta, perché detto con pura fede  e spirito di abbandono.  Noi siamo, allora, come quel celebre musicista che, divenuto sordo, continuava a comporre ed eseguire splendide sinfonie per la gioia di chi ascoltava, senza che lui potesse  gustare  una sola nota, al punto che, quando il pubblico, dopo aver ascoltato una sua opera, esplodeva in un uragano di applausi, dovevano tirargli il lembo della veste perché se ne accorgesse e si voltasse.  La sordità, anziché spegnere la sua musica, la rese più pura. Così fa anche l’aridità con la nostra preghiera. In realtà, quando diciamo il Padre nostro, pensiamo solo a ciò che riguarda noi.  Non si pensa quasi mai a ciò che esso significa  per Dio che lo ascolta e a ciò che produce in Lui.  Non si pensa  alla gioia di Dio di sentirsi chiamare  Papà.  Chi è padre sa cosa si prova  a sentirsi chiamare così dal proprio bambino o dalla propria bambina.  E’ proprio nel tempo di aridità, di lontananza di Dio, che si scopre l’importanza dello Spirito Santo per la nostra vita di preghiera.  Egli, da noi non visto e non sentito, riempie le nostre parole di desiderio di Dio, di umiltà, di amore.  Lo Spirito Santo diventa allora la forza della nostra preghiera debole, la luce della nostra preghiera spenta. Impariamo, allora, a pregare con lo Spirito di Gesù, soprattutto quando recitiamo il Padre nostro, che è la preghiera  proprio dell’ora della prova. Gesù ce l’ha insegnato perché diventi anche la nostra preghiera. Nel Getzemani, infatti, si rivolge a Dio chiamandolo  “Abbà” cioè padre, chiede che sia fatta la sua volontà, chide che passi il calice, come noi chiediamo di essere liberati dal male e di non essere abbandonati alla tentazione nell’ora della prova.