Prime comunioni… solo una tradizione?

Scheda settimanale n. 33 – Quarta domenica di Pasqua – 12 maggio 2019

Una riflessione per tutti
Le prime comunioni
di don Biagio Pizzi

Oggi, 70 bambini partecipano per la prima volta alla S. Messa, accostandosi alla S. Comunione. Perché anche in seguito possano frequentare con fedeltà e consapevolezza la Messa domenicale, è necessario che trovino nei genitori e negli adulti esempi convincenti e consapevoli del valore dell’Eucaristia. La seguente riflessione può aiutare tutti a capire che la Messa non è uno spettacolo, ma un momento intenso di crescita, che ci trasforma, sempre più in profondità, ad immagine di Gesù, nostro Capo. Il Battesimo che abbiamo ricevuto ci ha innestati in Cristo Gesù risorto e ci ha resi un solo corpo con lui: Lui è il Capo, noi le membra, come dice S. Paolo. Dove c’è Lui ci siamo anche noi. Perciò nella celebrazione dell’Eucaristia, ognuno di noi è, nello stesso tempo, sacerdote e vittima, ferma restando la differenza tra il Sacerdote ministro e il sacerdozio universale di tutti i battezzati. Sull’altare, allora, c’è il corpo reale di Gesù risorto e asceso al cielo e ci siamo anche noi, suo corpo mistico che è la Chiesa e ci sono due offerte e due doni: quello che deve diventare il corpo e il sangue di Cristo (il pane e il vino) e quello che deve diventare il corpo mistico di Cristo (tutti noi). Per questo nella Messa ci sono due invocazioni dello Spirito Santo. Nella prima si dice: “Ti preghiamo, Signore, manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo”; nella seconda, che si recita dopo la consacrazione, si dice: ”Dona la pienezza dello Spirito Santo, perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Egli (lo Spirito) faccia di noi un sacrificio perenne a Te gradito”. Non possiamo allora limitarci ad assistere alla celebrazione dell’Eucaristia, dobbiamo essere Eucaristia con Gesù. Quando il Sacerdote dice sul pane e sul vino: ”Prendete, mangiate: questo è il mio corpo; prendete, bevete: questo è il mio sangue”, è importante sapere che cosa significano “corpo” e “sangue”.

Che cosa intendeva donarci Gesù, dicendo, nell’ultima cena: ”Questo è il mio corpo?” Nel linguaggio della Bibbia, la parola corpo indica tutto l’uomo che vive la sua vita in un corpo, in una condizione corporea e mortale. Non come ragioniamo noi che, eredi della cultura greca, intendiamo con la parola corpo una parte dell’uomo, che unita all’anima e allo spirito forma l’uomo completo.  S. Giovanni, nel suo Vangelo, al capitolo sesto, usa la parola carne al posto di corpo (“se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo…”) ed è chiaro che questa parola ha lo stesso significato del capitolo primo, in cui si dice che “Il Verbo si è fatto carne”, cioè uomo. “Corpo” indica, dunque, tutta la vita. Gesù, istituendo l’Eucaristia, ci ha lasciato in dono tutta la sua vita, dalla nascita alla morte, con tutto ciò che concretamente aveva riempito la sua vita: silenzio, lavoro, fatiche, preghiere, lotte, umiliazioni… Poi Gesù dice anche: ”Questo è il mio sangue versato per voi”. Nella Bibbia il termine “sangue” indica la sede della vita. “Sangue versato” vuol dire, allora, vita donata mediante la morte. “Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, dice S. Giovanni, li amò sino alla fine” (Gv. 13,1). L’Eucaristia è il dono del corpo e del sangue del Signore, cioè della vita e della morte del Signore. 

Ora quando noi veniamo alla S. Messa, non veniamo solo a sentire il Sacerdote che ripete ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena, ma veniamo per offrire anche noi quello che offrì Gesù: la vita e la morte. Insieme con Gesù offriamo anche noi la nostra vita e la nostra morte. Con la parola Corpo doniamo tutto ciò che costituisce concretamente la vita che conduciamo nel nostro corpo: tempo, salute, energie, capacità, affetto, magari solo un sorriso. Con la parola Sangue esprimiamo l’offerta della nostra morte, cioè tutto ciò che in noi, fin da ora, prepara e anticipa la nostra morte: umiliazioni, insuccessi, malattie che immobilizzano, limitazioni dovute all’età, alla salute, tutto ciò che ci mortifica.

Quando S. Paolo ci esorta a offrire “i nostri corpi” non intendeva, con la parola corpo, solo i nostri sensi ed i nostri istinti, ma tutti noi stessi, anima e corpo, anzi soprattutto, l’anima, l’intelligenza e la volontà; infatti prosegue dicendo: “non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom. 12,2). Tutto ciò esige che noi, appena usciti dalla Messa, ci diamo da fare per realizzare ciò che abbiamo detto: che ci sforziamo, con tutti i nostri limiti, a offrire ai nostri fratelli, il nostro corpo, cioè il tempo, le energie, l’attenzione, in una parola, la nostra vita, come Gesù che diede la sua vita e il suo sangue sulla croce. Altrimenti tutto sarebbe parola vuota, anzi menzogna. Se tutti celebrassimo con questa partecipazione personale la S. Messa, la nostra vita, fatta di lavoro, di incontri di mille piccole cose, di gioie e di dolore, sarebbe un’Eucarestia insieme con Gesù. Anche una malattia offerta come nostro sangue diventa la parte migliore che Dio stesso destina a chi ha più bisogno nella Chiesa.

Questa è la chiamata che Gesù ci rivolge anche nel Vangelo di oggi e questo è il frutto che si aspetta da ognuno di noi che partecipiamo alla celebrazione eucaristica.