Nicodemo era un uomo buono…

scheda settimanale n. 2 – 16 settembre 2018 diocesi parrocchia oratorio avvisi

Trascrizione dell’omelia tenuta dal Santo Padre papa Francesco – Santa Marta, 24 aprile 2017

Nicodemo era un uomo buono. Era inquieto, avvertiva delle domande nel suo cuore e cercava una risposta. Il suo cuore era nella notte. Si tratta però di una notte diversa da quella di Giuda, perché questa – la notte di Nicodemo – è una notte che lo porta ad avvicinarsi a Gesù, la notte di Giuda invece ad allontanarsi.

Nicodemo si reca da Gesù per chiedere spiegazioni, per fare domande profonde e riceve una risposta che non capisce. Sembra quasi che Gesù voglia complicare le cose o metterlo in imbarazzo. Risponde infatti: «in verità io ti dico: se uno non nasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio». Nicodemo allora domanda: «Ma come si può nascere un’altra volta?». Sembra un po’ ironico, ma forse non è così. È invece l’espressione di un acuto tormento interiore. Gesù allora spiega che si tratta di un passaggio, di uno spostamento da una mentalità a un’altra e con tanta pazienza, con tanto amore, aiuta quest’uomo di buona volontà in questo cammino dalla notte alla luce.

Ma cosa significa “nascere dallo Spirito”? Cosa significa “dovete nascere dall’alto: il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito”. In queste parole si avverte, si percepisce un’aria di libertà.

Aria di libertà. Può aiutarci a comprendere questo passaggio – dalla notte alla luce – un brano degli Atti (4,23-31) dove s’incontra il finale della storia di una guarigione, compiuta da parte di Pietro e Giovanni, che hanno risanato quel malato – detto “lo storpio” – che era portato tutti i giorni presso la porta del Tempio, detta “la bella”, per chiedere l’elemosina. La lettura di questo episodio illumina anche il dialogo di Nicodemo e Gesù. Dobbiamo notare come tutta la gente che era lì al portico di Salomone, presso la porta “bella”, “vede” e “si stupisce” per la guarigione di questo povero malato, mendicante. Vorrei che ci ricordassimo un po’ dello “stupore”, quel sentimento – più di un sentimento – quello stato d’animo che rivela in noi la presenza del Signore. Lo stupore. L’incontro con il Signore porta allo stupore.

Di fronte a ciò – a questo stupore gioioso, a quest’aria di libertà – i capi, i sommi sacerdoti, i dottori della legge, si sono invece «scandalizzati» e, consapevoli che la guarigione era accaduta davanti a tanta gente, non si stupivano, ma si chiedevano: «che cosa facciamo adesso?». La stessa cosa accade quando Gesù guarisce il cieco nato e i presenti si chiedono: «come facciamo adesso a nascondere questo fatto? La gente ha visto, la gente crede… come nascondere questo?». Del resto, ora tutti vedevano quel malato che era detto “storpio” che – secondo il racconto – «ballava di gioia per far capire loro che Gesù l’aveva guarito». I dottori della legge allora si misero d’accordo e chiamarono i due apostoli e gli intimarono di non parlare più, di non predicare più e allora Pietro – proprio lui che aveva rinnegato Gesù tre volte – rispose: «No! Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato. E… continueremo così».

Ecco il dettaglio che chiarisce. Ecco le «due parole» che sono poi le stesse con le quali Giovanni inizia la sua prima lettera: «quello che abbiamo visto e ascoltato». Si tratta della concretezza. La concretezza di un fatto. La concretezza della fede. La concretezza dell’incarnazione del Verbo.

Di fronte a questa forza degli apostoli, a questa forza dei primi cristiani, i capi vogliono entrare in negoziati di potere, per arrivare a compromessi: hanno paura della luce, dell’aria di libertà. Ma gli apostoli non vogliono compromessi: hanno coraggio. Hanno la franchezza, la franchezza dello Spirito, vivono l’aria di libertà. Una franchezza che significa parlare apertamente, con coraggio. È quindi questo il punto: la concretezza della fede, che coinvolge ogni cristiano. Alle volte noi dimentichiamo che la nostra fede è concreta: il Verbo si è fatto carne, non si è fatto idea: si è fatto carne. Non a caso quando recitiamo il Credo, diciamo tutte cose concrete: “Credo in Dio Padre, che ha fatto il cielo e la terra, credo in Gesù Cristo che è nato, che è morto…”, sono tutte cose concrete. Il nostro Credo non dice: “Io credo che devo fare questo, che devo fare quello, che devo dire questo o che le cose sono queste…idee”: no! Il Credo dice cose concrete. E la «concretezza della fede» porta alla franchezza, alla testimonianza fino al martirio, che è contro i compromessi o l’idealizzazione della fede. Si potrebbe dire che per quei dottori della legge «il Verbo non si è fatto carne: ma si è fatto legge». Per loro era importante solo stabilire delle regole: si deve fare questo fino a qui e non di più; si deve fare questo fino a lì e non di più. E così erano ingabbiati in questa mentalità razionalistica, senza cuore. Una mentalità che non è finita con loro. Infatti nella storia tante volte la Chiesa è anch’essa caduta in una teologia del “si può e non si può”, una teologia del “fino a qui, fino a là”, e ha dimenticato la forza, la libertà dello Spirito. Ha dimenticato questo rinascere dallo Spirito che ti dà la libertà, la franchezza della parola che libera, l’annuncio che Gesù Cristo è il Signore dei vivi e non dei morti.

Chiediamo al Signore questa esperienza dello Spirito che va e viene come il vento e ci porta avanti, dello Spirito che ci dà l’unzione della fede, l’unzione della concretezza della fede. Risuonino di nuovo con forza le parole dette a Nicodemo: Non meravigliarti se ti ho detto: “Dovete nascere dall’alto”. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito. Chi è nato dallo Spirito sente la voce, segue il vento, segue la voce dello Spirito senza conoscere dove finirà.

Il Signore dia a tutti noi questo Spirito, ci accompagni e guidi sulle strade dello Spirito senza compromessi, senza rigidità, con la libertà di annunciare Gesù Cristo come Lui è venuto: nella carne dell’umano, nella nostra carne, nella nostra vita concreta di ogni giorno.