Ma… si vede che siamo cristiani?

Scheda settimanale n. 34 – Quinta domenica di Pasqua – 19 maggio 2019

Che cosa ci rende riconoscibili?
Cristiano, dove sei?
di diac. Jacopo  De Vecchi

Non è infrequente imbattersi in articoli, opinioni autorevoli, trasmissioni o anche discorsi senza ampio uditorio ma tra amici e conoscenti, che – secondo le inclinazioni ideologiche – osservano con distacco o indicano con preoccupazione l’ormai prossima e scontata scomparsa del cristianesimo. In effetti sono anni – anzi decenni – che sentiamo parlare di crisi delle vocazioni (una crisi talmente lunga che sembra paradossalmente molto fedele). Gli informati di tutto, sostengono non senza acume che i sacerdoti diminuiscono di numero, ma crescono in età. I religiosi e le religiose? Una specie in via di estinzione. Anche sulla conta delle chiese che chiudono i battenti nella nostra Europa, si scatenano sbigottimento e disperazione. Se va bene, gli edifici sacri – dopo opportuno rituale di sconsacrazione – vengono architettonicamente tramutati in alberghi, palestre, abitazioni di stile.

Se va male, le chiese vengono abbattute dalle ruspe e al loro posto sorge un posteggio, un supermercato, un centro Yoga. Sono anni – anzi decenni – che ascoltiamo la litania delle statistiche: battesimi in calo vertiginoso, matrimoni cristiani verso la scomparsa o presto in frantumi, la frequenza alla messa è irrilevante, in chiesa i giovani non ci sono più e via così, di allarme in allarme. 

Ma è proprio così? Noi cristiani nonostante tutto vivi e vegeti, ci riconosciamo in queste descrizioni? Ci sentiamo personaggi di un racconto apocalittico? Facciamo davvero parte del passato?

Ennio Flaiano smorzerebbe con un formidabile colpo secco tutte queste preoccupazioni, osservando: “Siamo in un’epoca di transizione. Come sempre”. La fede non si misura con le statistiche sociologiche, né con la conta dei ministri ordinati o dei posti vuoti nelle chiese. Perché il punto non è l’ansia da prestazione statistica, ovvero “quanti” siamo. Ma il punto è “come” siamo. Crediamo alla parola del vangelo? Quando ci incontriamo in chiesa, quanto ci raduniamo per l’eucarestia, lo facciamo nel nome del Signore? Oppure per abitudine, per vaga appartenenza culturale, perché ci va… Ma chiediamoci con coraggio: siamo radunati nel nome del Signore? Non importa “quanti” siamo noi cristiani, ma “come” siamo noi cristiani, che uomini e donne siamo: “dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono con loro, dice il Signore”. Allora, che cosa ci rende identificabili, visibili, riconoscibili? Un abito? La forma architettonica dell’edificio sacro? O forse – ancor peggio – siamo riconoscibili come cristiani solo per il fatto che professiamo a parole o in modo rituale dei precetti religiosi? Il vangelo ci indica oggi qual è la prova del nove, la verifica infallibile che può dire se la vita di una persona incarna il vangelo: la presenza o meno dell’amore. “Da questo vi riconosceranno”, se avrete amore gli uni verso gli altri. Vivere così è un impegno continuo, che conosce stagioni favorevoli e sfavorevoli, ma capace di dare senso all’intera esistenza. Mi ha colpito la provocazione di un parroco milanese, inviata via sms ad alcuni amici, il giorno dopo il rogo di Notre Dame. Diceva più o meno così: “non ricostruiamo la cattedrale, anche il Pantheon a Roma ha il tetto aperto al cielo! Non ricostruiamola perché la chiesa è un edificio dove sempre c’è il cartello “lavori in corso”… è più bella così diroccata! E’ più vera!”. Perché, con tutto il rispetto e con tutta la commozione per il rogo della cattedrale parigina, è ben più urgente e impegnativo costruire la comunità cristiana, piuttosto che una cattedrale. Siamo riconoscibili come cristiani, siamo riconoscibili come uomini e donne, come umani quando crediamo all’amore.

Nel racconto sempre contemporaneo della Genesi si dice che Adamo, dopo aver commesso il male, si nasconde perché non vuole incontrare Dio, che invece lo cerca dicendo: “Adamo, dove sei?”. Adamo, dopo il male, è irriconoscibile, non è più lui. Anche noi cristiani non siamo noi, quando non c’è amore tra noi. Possiamo anche abitare una splendida cattedrale, avere cori capaci di suscitare intense emozioni durante le liturgie, strutture nuove, ben curate, oratori pieni di giovani, comunicazione moderna e persino la chiesa piena nelle domeniche e nelle festività, godere di stima sociale e di prestigio… ma se tra noi non c’è l’amore, allora sì che è legittimo preoccuparsi e dire, con desolazione: “cristiano, dove sei?”.