L’occhio sinistro di Ambrogio

Proponiamo un articolo di Mons. Cesare Pasini, Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana e Canonico della Basilica di sant’Ambrogio.
Tratto da: Osservatore Romano, 30 novembre 2018

scheda settimanale parrocchiale n. 13, 1 dicembre 2018 terza di Avvento – parrocchia oratorio orari celebrazioni santambrosiane

L’occhio sinistro di Ambrogio

«Era di piccola statura, dal viso allungato e fine; la barba e i baffi neri facevano più spiccare la bianca delicatezza dei lineamenti; gli occhi grandi e suggestivi erano resi ancora più attraenti da una lieve dissimmetria, perché il destro era più basso dell’altro; il gesto, infine, calmo e pacato rivelava l’aristocratico romano, diceva che gli era nel sangue l’arte e la capacità di comandare»: così Angelo Paredi rappresenta sant’Ambrogio nella sua classica biografia del vescovo di Milano, con una descrizione ricavata dal ritratto musivo del santo, conservato nel sacello di san Vittore in ciel d’oro. Il sacello è un piccolo edificio a pianta centrale del V secolo, ora annesso alla basilica milanese nella quale riposano le spoglie mortali di Ambrogio. Nei lineamenti del mosaico, infatti, di poco posteriore alla morte del vescovo, gli studiosi hanno riconosciuto un ricordo delle sue effettive sembianze. Ne fa fede, in particolare, quella dissimmetria fra gli occhi, che fu rilevata nelle ossa facciali del teschio, così come si poté appurare quando furono riesumate nel 1864. 

Alla sua morte, infatti, come era suo desiderio, Ambrogio era stato sepolto nella basilica che da lui prende nome, accanto ai martiri Protaso e Gervaso. Nel IX secolo, poi, sotto l’episcopato di Angilberto II, si procedette a una più degna sistemazione delle spoglie dei tre santi, che furono collocati in un sarcofago di porfido, sotto il famoso altare d’oro, decorato in quegli anni da Volvinio e da un gruppo di artisti sotto la sua guida. 
Mille anni dopo, appunto nel 1864, durante i lavori di consolidamento e di restauro della basilica, venne rinvenuto quel prezioso sarcofago e, in esso, immersi in un’acqua limpidissima, i tre scheletri, uno accanto all’altro. Fu peraltro facile identificare Ambrogio nello scheletro di statura più modesta, circa cento settanta centimetri, mentre gli altri due di statura più elevata, di oltre un metro e ottanta centimetri ‒ potevano ben essere riferiti ai due martiri, che lo stesso Ambrogio, rinvenendoli nel giugno del 386, aveva definito «uomini di straordinaria statura». 
La Relazione anatomica dei periti datata al 31 agosto 1871 indicò, per lo scheletro di Ambrogio, «un’età più che sessagenaria od una precoce vecchiaja» — oggi si ritiene che egli sia nato attorno al 340 e che avesse circa 57 anni quanto morì — e riferiva che «il teschio che trovavasi annesso allo scheletro di ossa più gracili e più vecchie», appunto quello di Ambrogio, «offriva un bell’ovale indicante una capacità cranica non comune». Rilevava poi che, nelle ossa facciali, «l’osso mascellare superiore sinistro si trovò infossato o avvallato per la profondità di circa tre millimetri, in confronto dell’omologo destro»; e ne deduceva che «l’orbita aveva dovuto seguire un tale avvallamento e trovarsi col suo margine inferiore alquanto più basso», in perfetta conformità con l’abbassamento dello stesso occhio che si riscontra nel ritratto del mosaico in san Vittore in ciel d’oro. A questo proposito Achille Ratti, il futuro papa Pio XI, nel suo specifico contributo su Il più antico ritratto di s. Ambrogio pubblicato nel 1897, giungeva a scrivere che il mosaicista «studiò ed eseguì le sue figure dal vero o colla precisa notizia di esso». Oggi non parliamo più di un ritratto dal vero, visto che Ambrogio morì nel 397 e il sacello e il mosaico sono databili al V secolo. Tuttavia, come suggerisce Marco Navoni, davvero quel mosaico «ci trasmette il ritratto reale di Ambrogio, derivato probabilmente da un ritratto ufficiale fattogli mentre era ancora in vita, come si usava fare del resto per gli alti magistrati dell’impero (e Ambrogio, prima di essere eletto vescovo, era stato governatore di Milano e apparteneva a nobile famiglia di rango senatorio)». 
Ma, tornando al difetto all’occhio sinistro, donde derivava una simile situazione? Possiamo pensare a un incidente, a un trauma subìto? A una malformazione? La storia del santo non ci offre informazioni al riguardo. 
Ci fa conoscere piuttosto alcuni problemi di salute, che in certi momenti non permettevano al vescovo di muoversi come avrebbe desiderato. Non solo il suo biografo, Paolino di Milano, ci racconta che l’infermità che condusse Ambrogio alla morte il 4 aprile 397, lo tenne «costretto a letto per moltissimi giorni» (Vita Ambrosii, 45), ma già altre volte il vescovo aveva dovuto confessare di suoi malanni, come quando, scrivendo al discepolo Felice di Como, gli aveva confidato di essere «fisicamente indisposto» (Epistula 5, 1). Con maggiori dettagli, nel 378, quando doveva essere poco meno che quarantenne, accompagnando alla sepoltura il fratello Satiro prematuramente sottrattogli da una malattia, confessava di se stesso: «Poco fa, essendo tormentato da una grave malattia (e magari fosse stata l’ultima!), mi rammaricavo che tu non stessi vicino al mio letto e, dividendoti con la nostra santa sorella il compito da me desiderato, mi chiudessi con le tue dita gli occhi al momento della morte» (De excessu fratris, I, 36). Un’altra volta invece, nel 383, scrivendo ai Tessalonicesi in occasione della morte del loro vescovo Acolio, ricordava loro quando, anni prima, essendo egli prostrato da una malattia, non poté andare incontro al loro vescovo che era venuto a fargli visita (cfr. Epistula 51, 10). 
A seguito delle indagini sullo scheletro dopo il rinvenimento del 1864 gli esperti hanno arguito che il vescovo soffrisse di un’artrite cronica della colonna vertebrale, alla quale potrebbero essere imputate le acutizzazioni che costringevano talora a letto Ambrogio. Questa malattia, si afferma, nella sua evoluzione abituale conduce gradualmente a un irrigidimento della persona, la quale infine solo con estrema sofferenza riesce a compiere movimenti pur limitati. A tale affezione si unisce talvolta anche un reumatismo della faringe, che dovette procurargli fatica non indifferente nella predicazione, come Ambrogio stesso si trovò talora a far notare. E lo stesso Agostino, sorprendendo Ambrogio leggere in silenzio, scorrendo le pagine nella lettura «mentre la voce e la lingua riposavano», ricollegava quella lettura mentale, allora meno consueta, alla «preoccupazione di risparmiare la voce, che gli cadeva con estrema facilità» (Confessiones VI, 3, 3). 
Coloro che sono soggetti a queste malattie mantengono in ogni caso una vita di relazione regolare, pur dovendo lottare contro dolori anche di notevole entità: in questo senso possiamo ammirare l’intensa attività del vescovo, così come ci è ben nota nel suo servizio episcopale, nel quale non si risparmiava, senza lasciarsi condizionare dalle sofferenze che pur dovette patire. 
Mancava tuttavia qualche ulteriore, non secondario, elemento a quanto sinora raccolto. Lo dobbiamo oggi all’accurata ricognizione compiuta negli scorsi mesi sui resti di Ambrogio e dei due martiri e conclusa lo scorso 30 ottobre con il rito canonico, celebrato dall’arcivescovo Mario Delpini, della chiusura dell’urna dei santi nella basilica di sant’Ambrogio. Il 30 novembre infine, nel giorno anniversario del suo battesimo (una settimana prima di ricevere l’ordinazione episcopale il 7 dicembre 374), i risultati della ricognizione saranno presentati in un convegno tenutosi nella stessa basilica di sant’Ambrogio. 
La ricerca ha visto all’opera il dipartimento di medicina legale dell’università degli studi di Milano e il laboratorio di antropologia e odontologia forense diretto dalla professoressa Cristina Cattaneo, ordinario di medicina legale presso quell’ateneo. Per parte loro le monache benedettine dell’Isola di san Giulio d’Orta (Novara) si sono occupate del restauro dei preziosi paramenti dei tre santi, mentre le suore del monastero di Viboldone in san Giuliano Milanese hanno restaurato i documenti cartacei rinvenuti in tubi di vetro e contenenti, fra l’altro, l’elenco delle ossa e una minuta descrizione del valore e delle provenienze degli abiti che ricoprivano i tre santi. 
Riguardo ad Ambrogio, le indagini hanno permesso di individuare un elemento nuovo, che può ancor meglio spiegare le difficoltà di movimento che dovette sopportare. Il suo scheletro rivela infatti una frattura alla clavicola destra, evidentemente procurata da un evento traumatico: si può ipotizzare una caduta da cavallo, in uno dei viaggi da lui affrontati, probabilmente durante la sua giovinezza. In ogni caso i dolori e le difficoltà nel camminare trovano qui un motivo ulteriore, forse primario. E si potrebbe immaginare, ma rimane solo un’ipotesi, che anche l’asimmetria delle orbite oculari possa essere stata causata dall’incidente che produsse la frattura della clavicola. Pur non potendo procedere oltre nelle ipotesi, siamo in ogni caso felicemente stupiti del convergere dei dati che provengono dalla documentazione dello stesso Ambrogio, dalle indagini sul suo scheletro e dal ritratto musivo conservato nel sacello di san Vittore in ciel d’oro. 
Ma anche per i martiri le recenti indagini hanno offerto utili conferme e sorprendenti indicazioni. Anzi, esse inducono a dar valore obiettivo ad alcuni dati esposti nella loro Passio, datata al secolo V e generalmente considerata portatrice di elementi leggendari. È stata invece confermata anzitutto la loro giovane età, tra i ventitré e i ventisette anni, e la loro considerevole statura e robustezza. Si è inoltre ugualmente appurato che dovevano avere una “forte parentela” fra loro: possiamo dire che fossero fratelli, come appunto racconta di loro la Passio. Ancora più importante: uno dei due scheletri testimonia una decapitazione, mentre l’altro presenta fratture costali e lesioni; e la Passio racconta infatti che uno dei due fratelli subì la pena della decapitazione, mentre l’altro fu martirizzato tra le torture sotto i colpi dei flagelli (le fratture riscontrate nello scheletro sono ben compatibili con il tentativo di difendersi da colpi provenienti da una flagellazione). «La prima impressione — afferma Marco Navoni, e non possiamo non convenire con lui — è quella di un interessantissimo accordo con quanto la tradizione ci ha conservato nella narrazione del loro martirio. Narrazione nella quale potranno senz’altro essere intervenuti anche alcuni elementi leggendari e storicamente poco controllabili, ma che a questo punto si rivela come portatrice di un substrato storico che si è mantenuto inalterato pur attraverso successive rielaborazioni». 
Fra le nuove ricerche effettuate merita ricordare quella sul sarcofago di porfido, mai studiato sinora con la dovuta cura: è in porfido rosso egizio, certamente realizzato — come rileva Fabrizio Slavazzi — per la sepoltura di un membro della famiglia imperiale dei Valentiniani nella seconda metà del IV secolo; non sappiamo a chi fosse stato destinato in origine, ma non doveva trattarsi di una persona adulta, perché la cassa è lunga solo 176 centimetri e lo spazio interno è ancora minore. 
È stato inoltre precisato che, per quanto riguarda lo stato di conservazione, le ossa “stanno bene”: le indagini microbiologiche permettono di affermare che esse non presentano alcun segno di degradazione attiva. Le indagini chimiche e fisiche, a loro volta, hanno rilevato sugli scheletri tracce di bromo, materiale tipico della porpora di Tiro, e di oro, evidentemente depositati dalle vesti che ricoprivano i santi. Si può anche aggiungere una curiosità: l’esame del tartaro dei denti di uno dei due fratelli ha rilevato la presenza di residui di lenticchie e di fili azzurri, oltre a un frammento di conifera, forse utilizzato per pulirsi i denti. 
Altri dati saranno meglio definiti dalle ulteriori ricerche nei laboratori dell’università degli studi di Milano. Dalle fattezze del cranio, ad esempio, si prevede di poter giungere a ricostruire il volto dei tre santi. Li confronteremo in particolare il volto del vescovo Ambrogio con quello del ritratto in san Vittore in ciel d’oro. 
Apparuit Thesaurus Ambrosius titola il convegno del 30 novembre, utilizzando un’antica espressione della liturgia ambrosiana; e il sottotitolo dichiara: Le reliquie di sant’Ambrogio e dei martiri Gervaso e Protaso tra storia, scienza e fede. Nell’intreccio felice fra ricerca e fede, Ambrogio, con Protaso e Gervaso, appare di nuovo ai nostri occhi come un tesoro prezioso per l’umanità.