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Lettera di mons. Carlo al Consiglio Pastorale

Non potendo pregare con voi, prego per voi

 

Carissimi,

ho pensato di scrivervi due righe, senza alcuna pretesa particolare se non quella di tenere un po’ il filo tra noi e provare ad impedire al Coronavirus di isolare le nostre menti e i nostri cuori dopo avere isolato i nostri corpi.

Anzitutto devo dire che noi sacerdoti stiamo tutti bene!
Fino a qualche giorno fa non solo tenevamo aperta la Basilica e la custodivamo ma abbiamo cercato anche di tenerla viva attraverso momenti di Adorazione e di distribuzione della Comunione eucaristica.

Concelebravamo tra noi ogni mattino in San Sigismondo e ci alternavamo in Segreteria; passavamo tanto tempo in preghiera, ascoltavamo qualche confessione, salutavamo le persone che venivano in Basilica per qualche visita e qualche orazione, raccoglievamo le loro paure e le loro preoccupazioni….

Poi un invito a maggiore prudenza ci ha portato ad una “stretta”: niente più Adorazione e distribuzione dell’Eucaristia.  Abbiamo sospeso anche la Concelebrazione, limitandoci a celebrare singolarmente.

Pur con qualche fatica la gente ha capito.  Qualcuno si avvicenda ancora in Basilica che rimane comunque aperta dalle ore 8.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 19.00 .

Accanto alle ansie e alle trepidazioni di tutti per questa condizione di vita senza vita, ci resta il rammarico di non poter più celebrare con voi, di non condividere il cammino quaresimale che avevamo preparato con molta accuratezza e passione, di vedere interrotta l’attività dell’Oratorio, la proposta della catechesi e tutta una serie di incontri e di appuntamenti che ben caratterizzavano la vita della nostra Comunità.

Ci dispiace molto di non vedervi, di non poter parlare con voi, di pensare e pregare ancora insieme… di fare festa.

Ci mancate; sinceramente!  Inutile negare un po’ di malinconia.

Personalmente mi sono messo nell’ottica di un corso di Esercizi spirituali. Sto meditando molto, seguo le Catechesi di Ravasi, rileggo testi interessanti che mi avevano positivamente colpito anche in stagioni passate…; ascolto musica e raccolgo pensieri. Ho provato anche a cucinare e a fare in casa qualche lavoretto.

Non potendo più pregare con voi, prego per voi!

Non sono in grado di immaginare ora cosa lascerà nel nostro vissuto l’esperienza di questi giorni. Ho letto tante riflessioni interessanti ma credo sia ancora presto per una sintesi .

Diventeremo capaci di maggiore sobrietà ed essenzialità? Saremo ancora più persuasi dei nostri limiti e delle nostre fragilità e ci atteggeremo con minor arroganza nei confronti degli altri? Apprezzeremo maggiormente i gesti della vita quotidiana che ora ci sono tolti? Il nostro rapporto con Dio e la nostra preghiera acquisteranno qualità e linfa vitale…?

Ho trovato interessante l’intervento di Marina Corradi su Avvenire di ieri. “E se la vera Quaresima che ci viene chiesta in questo marzo fosse proprio l’abbandono della vita consueta, e il lasciarci condurre per sentieri sconosciuti, faticosi, per alcuni drammatici; dentro a città irriconoscibili, fra familiari e amici sgomenti? Non sa forse un poco di Quaresima restare in coda per ore davanti a un supermercato… Non sono una mai vista Quaresima le nostre strade assurdamente mute, senza un caffè dove si giochi a carte o si beva un bianchino, e i cortili delle scuole desolati e vuoti, all’ora della ricreazione? Il tempo di meditazione e di povertà che ci prepara alla Pasqua nei giorni di malattia, isolamento e paura del coronavirus sembra materialmente incarnato: oltre le pure buone abitudini, oltre ciò cui siamo abituati…. La cappa del virus che si allarga non è un segno, un invito forte e brusco a fermarci..?”.

Il nostro paese sta attraversando una crisi seria che diventa ogni giorno più globale.

Di noi italiani dicono che siamo un po’ anarchici e poco avvezzi alle regole. Forse c’è del vero… Ma io so anche che noi italiani, nelle emergenze, siamo capaci di tirare fuori il meglio, in generosità, intelligenza e solidarietà. E’ esattamente quello che sta accadendo sotto gli occhi di tutti.

Ricordo ancora l’impressione che mi fece, durante gli anni del liceo, la lettura del celebre romanzo di Camus, “La peste”, diventato attualissimo in questi giorni.

Per uno dei protagonisti, che si erano prodigati nella assistenza degli ammalati, si profila la possibilità di partire da Orano, la città appestata, di uscire dalla morsa mortale della epidemia. Gli altri amici lo incoraggiano, lo invitano ad andarsene, a ritornare dalla moglie perché, dicono, “non c’era vergogna nel preferire la felicità”.  La risposta è netta: “Sì… ma ci può essere vergogna nell’essere felici da soli”

Possano questi giorni insegnarci che non si può essere felici da soli. Paradossalmente concorrerebbero ad avvicinarci di più proprio mentre ci tengono isolati e lontani.

Coraggio! Un grande abbraccio!

don Carlo