L’arte di accendere la luce

L’arte di accendere la luce
Credo nel sole, anche quando non splende
di diac. Jacopo De Vecchi

scheda settimanale n. 12 parrocchia oratorio convegno reliquie avvisi

Il buio che segue al tramonto del sole, nell’alternarsi incessante del giorno e della notte, non è soltanto un fenomeno connesso alla rotazione terrestre. Il buio non è soltanto il fastidioso e invadente padrone del pianerottolo, che compare quando si fulmina la lampadina sulle scale, costringendoci a cercare a tentoni il buco della serratura. Il buio non è soltanto l’assenza di illuminazione pubblica. Il buio non è soltanto una questione funzionale d’interruttore acceso o spento. Il buio – lo sappiamo tutti – è una parola che ci riguarda in prima persona, ed è capace di farci venire i brividi come poche altre parole.

Può raggelarci con il suo freddo cono d’ombra, anche nel bel mezzo di una calda giornata estiva perché i raggi del sole non raggiungono sempre il buio del cuore. Sono tante le ragioni del buio dentro, alcune sfuggenti, insondabili, altre forse più comprensibili. Sta di fatto che l’espressione giornata nera non ha bisogno di spiegazione, perché tutti sappiamo bene che cosa significa. A ben pensarci non è proprio una giornata nera se ti macchi d’inchiostro la camicia appena ritirata dalla tintoria. Non è una giornata poi così nera se c’è traffico o dimentichi a casa il portafogli. Le giornate nere sono altre, il buio dentro è un’altra questione, ben più profonda, sottile e persino drammatica. Ha a che vedere con il significato della vita stessa, con l’esito del nostro impegno, con il nostro destino, con i nostri desideri, con la nostra solitudine e con i nostri affetti, con la nostra capacità o possibilità di amare ed essere amati. Quando uno di questi sentieri s’interrompe, allora è buio dentro, anche se è mezzogiorno.

I monaci del deserto chiamavano accidia una certa tonalità di buio interiore, ben più oscura della pigrizia. E’ quella perdita di gusto per le cose di tutti i giorni, per i gesti semplici, per lo svolgimento dei propri compiti. Parole, consuetudini, impegni che prima davano gioia, luce e vitalità, possono a un certo punto apparire banali, vuoti, privi di senso, dare persino la nausea. Si riconosce nel grigiore dell’accidia la venatura della delusione e del risentimento: perché essere onesti se tutti rubano? Perché essere cordiali se tutti sono brutali? Perché faticare, studiare e laurearsi, se tanto poi il posto di lavoro lo trovano solo quelli che hanno certi contatti? Gli antichi chiamavano melanconia l’umore nero, un’altra tonalità del buio interiore che poi diviene malinconia e recentemente depressione. Si tratta di quella tristezza che attanaglia senza tregua e sembra non mollare mai la presa. E’ una sofferenza profonda, un dolore dalle radici invisibili, che richiede pazienza e ascolto. Lo scrittore Giuseppe Berto azzecca il titolo e racconta con dolente precisione la sua personale esperienza di questo male oscuro. Montale osserva che tutta la natura pone la domanda sul male, sul buio interiore e accosta con effetto straniante due parole che dovrebbero stare distanti: il male di vivere, che secondo il poeta s’incontra spesso, basta avere occhi per riconoscerlo. San Giovanni della Croce con il coraggio di un pioniere si addentra nel profondo della notte oscura dell’anima e racconta questo percorso arduo, difficile, senza esclusione di colpi, che sembra oscurare le ragioni della vita e impedire alla luce della speranza di brillare. Un poeta inglese moderno, W. H. Auden, così descrive in Funeral blues il buio che attraversiamo quando qualcuno che amiamo se ne va per sempre: Le stelle sono inutili, spegnetele una ad una. Smantellate il sole e imballate la luna, non c’è più niente di buono da attendersi. Elie Wiesel intitola La notte, il racconto del suo internamento in un campo di sterminio nazista.

Anche nella nostra vita quotidiana facciamo esperienza del buio, incontriamo molte delle sue tonalità. E’ buio – e che buio… – quando ci imbattiamo nell’ennesima vittoria del potere sull’amore, del calcolo sulla speranza, del cinismo sull’entusiasmo, della consorteria sulla fraternità. E’ buio – e che buio – ogni volta che costatiamo desolatamente come in ogni ambiente la prevalenza del cretino non conosca battute d’arresto. E’ buio – e che buio – quando persone che si sono amate non sono più capaci di parlarsi, di guardarsi negli occhi e finiscono tristemente per delegare il discorso agli avvocati. Che buio, che male di vivere, che male oscuro, che notte oscura in certi nostri ambienti, che pur recano le insegne della fede cristiana.

Ecco perché accendere una luce – segno proprio dell’avvento – non è un gesto poi così banale, non è poi una piccola cosa. La luce – per quanto piccola – ferisce anche le tenebre più oscure e fa riecheggiare nel buio le luminose parole di speranza del profeta Isaia: sentinella, a che punto è la notte? Finirà il buio, tornerà la luce. Accendere la luce è una forma di protesta, una disposizione esistenziale: sto dalla parte della luce. Accendere la luce è un’arte: l’arte di accendere la luce. S’impara passo dopo passo ad accendere la luce e a tenerla accesa. E forse anche le luminarie dei negozi, anche le variopinte costellazioni di lampadine che a intermittenza lampeggiano dalle finestre delle nostre case, dagli alberi natalizi, anche le sontuose installazioni luminose che decorano gli ampi viali della nostra città, forse tutta questa frenesia di luce è l’eco di parole arcane e antiche come il mondo, parole che accomunano gli uomini e le donne di ogni epoca e di ogni cultura: ho bisogno di una luce che illumini le mie tenebre. Il cardinale Martini ha voluto le parole del salmo 119 sulla lapide della propria tomba, in duomo: lampada per i miei passi, Signore, è la tua parola, luce sul mio cammino. 

Brilla una luce ogni volta che il dito puntato verso qualcuno si trasforma in mano tesa. Brilla una luce che squarcia le tenebre, quando si riallacciano relazioni interrotte, si risolvono litigi, si torna a parlarsi, si cancellano invidie e maldicenze. Brilla una luce ogni volta che siamo capaci di imparare e praticare un po’ di umanità, dall’umanità di Dio, che è la vita di Gesù. Le sue parole, i suoi gesti, il suo modo di camminare, di vivere è quanto di più luminoso si possa incontrare nella vita, ed è alla nostra portata, perché Gesù è un uomo come noi. Oggi il vangelo di Marco ci dice che inizia qualcosa di bello, che si accende una luce che illuminerà ogni uomo: la vita di Gesù. Davvero non è così banale accendere una luce, per quanto piccola è comunque capace di tenere testa al buio. Così un gesto di umanità, per quanto piccolo, è l’unica luce in grado di rischiarare il buio interiore. Dai, facciamo un po’ di luce… ce n’è un grande bisogno.