L’acqua viva della libertà

Seconda domenica di Quaresima – Scheda settimanale n. 26 – 17 marzo 2019

L’acqua viva della libertà
C’è folgorazione e folgorazione
di diac. Jacopo De Vecchi

Conosciamo bene la folgorazione di san Paolo sulla via di Damasco. Ma c’è folgorazione e folgorazione. Thomas Merton (1915 – 1968), monaco trappista americano, nel 1968 è a Bangkok, per partecipare ad un convegno di monaci benedettini e buddisti. In mattinata propone una riflessione dal titolo per alcuni ancora oggi urticante: monachesimo e marxismo, nel pomeriggio è previsto il dibattito. Un confratello, insospettito dal ritardo alla conferenza, lo trovò morto nella stanza dell’albergo, folgorato da un ventilatore difettoso. Già scrittore di grande successo (alcuni suoi titoli sono dei grandi classici sempre ristampati, veri e propri best-seller), con una morte così divenne subito leggenda. E non fu solo una morte strana, ma anche sospetta, perché erano gli anni del Vietnam e Merton, da cittadino americano, si era pronunciato in modo molto duro e severo contro la guerra, prendendo una posizione radicalmente contro corrente nel suo paese e non solo. Figlio di un pittore neozelandese e di una pittrice quacchera americana, Merton trascorre la giovinezza in Francia ed in Inghilterra. Appena può si trasferisce a New York, dove si laurea in lettere. Nella grande mela esprime al meglio la sua acuta vocazione culturale, ma anche doti di buon bevitore, di giovane appassionato di jazz e di vita, senza farsi mancare nulla, ma proprio nulla. Risale al 1962 una sua poesia che – per noi posteri segnati dall’11 settembre – fa venire la pelle d’oca. S’intitola Nelle rovine di New York, (T. Merton, Poesie, Garzanti): “La luna è più pallida di un’attrice, e ti piange, New York; cercando di vederti (…) Come sono state distrutte, come sono crollate, quelle grandi e possenti torri di ghiaccio e d’acciaio, fuse da quale terrore e da quale miracolo? Quali fuochi, quali luci hanno smembrato, nella collera bianca della loro accusa, quelle torri d’argento e d’acciaio?”. Così scriveva Merton nel 1962. Così ancora oggi noi credenti, preghiamo con grande dolore, disorientati, pensando alla violenza disumana di ogni terrorismo, senza fare nessuna distinzione. Ma torniamo a Merton. Abbandonato l’impegno politico nel partito comunista, si converte nel 1938 al cattolicesimo, ricevendo il battesimo.  Nel 1941 entra in un monastero Trappista in Kentucky, diventa monaco ed è ordinato sacerdote nel maggio del 1949. I suoi scritti sono quanto di più schiettamente evangelico si possa incontrare. Dopo una fase iniziale di matrice tradizionale, germoglia e fiorisce in lui il fiore più bello e raro del coraggio evangelico: la libertà della profezia. Che fresca aria di montagna nelle pagine di Merton! Zampilla intesamente quell’acqua viva capace di dissetare il cuore arso della samaritana. Gli scritti di Merton, non sono testi devozionali, non rassicurano, non invitano a guardare le nuvolette, il cielo, a cercare le aureole, ma a piantare per bene i piedi per terra e a guardarsi negli occhi, con coraggio. Grandi lettori di Merton furono Giovanni XXIII e Paolo VI. Dalla sua cella trappista sperduta nella vasta campagna del Kentucky, Merton è riuscito con le sue parole a farsi ascoltare in tutti gli angoli della terra. Nel 1966 ricevette in monastero la visita di Jaques Maritain, al quale fece ascoltare Higways 61, un disco di Bob Dylan. Pare che il grande filosofo abbia commentato così: interessante. Credente intelligente, monaco e quindi consapevolmente marginale, marginale come gli hippy e i poeti, cattolico e quindi marginale nella stessa società americana, profeta libero e pensante e quindi marginale nella stessa chiesa cattolica, Merton ha la capacità di indicare la luce della Grazia, anche nella notte più oscura. In Leggere la Bibbia, (Garzanti), scrive così: “La Bibbia è uno dei libri meno convincenti che siano mai stati scritti: almeno lo è finchè il lettore non l’abbia accettata in un modo del tutto speciale. Ma è un libro difficile da accettare. E’ molto più semplice, forse, stabilire che il problema è già risolto all’inizio: sentiamo dire da altri che si tratta di un libro sacro, gli crediamo e decidiamo di non venire coinvolti. Che lo leggano nelle chiese: li stimiamo per questo e rispettiamo il loro libro. Qualche volta, forse tutte le domeniche, anche noi ne ascolteremo rispettosamente l’annuncio, alzandoci in piedi. Ma decidendo al tempo stesso di non venire coinvolti”. Chiediamoci: noi siamo davvero coinvolti dalle parole del vangelo?