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Impariamo da San Giuseppe

 Scheda settimanale n. 14  – Domenica 15 dicembre 2019

 

 

Custode della Chiesa universale

La fiducia data da un Giuseppe alle spalle

a cura di don Luca Melchioretto

In questi ultimi giorni che ci separano dal Natale mi piacerebbe condividere questa riflessione sulla figura di san Giuseppe di Luigi Maria Epicoco: “Si dice che l’insonnia dei bambini piccoli sia legata a una mancanza di senso di fiducia. In fondo dormire implica il gesto di fidarsi, di chiudere gli occhi, di perdere il controllo. E uno è disposto a chiudere gli occhi, a dormire, a perdere il controllo, solo se può fidarsi. Dormire è un atto di abbandono fiducioso. Vorrei aggiungere che delle volte vivere una vita degna di questo nome è un atto di abbandono fiducioso. Mentre noi molto spesso viviamo una vita logorata dall’ansia.

Mi piace pensare che la fiducia con cui Cristo vive la sua vita gli venga da quel senso di appartenenza che il Padre che è nei cieli gli ha dato, e di cui Giuseppe è segno concreto e tangibile. Dovremmo riprendere seriamente una sana devozione a san Giuseppe e sfruttare questo legame spirituale con lui, che non solo è protettore della vita consacrata, dei padri spirituali, della vita spirituale, della vita interiore, dei sacerdoti, dei poveri e di una miriade di altre cose, ma è anche custode della Chiesa Universale.

A volte i Santi diventano immagine di quello che dovremmo vivere; accade che, dall’imitazione e dal riempire i nostri occhi del suo esempio, a un certo punto iniziamo a somigliargli.

Oggi nel mondo mancano persone che sappiano vivere come Giuseppe, persone capaci di avere cura del mondo, di custodirlo e di amarlo, come un padre ama il figlio, rendendolo libero e non dipendente. Questa è la paternità necessaria, una paternità di cui tutti abbiamo bisogno e che soltanto se la sentiamo su di noi, poi a un certo punto riusciamo a viverla nei confronti degli altri.

Se noi dovessimo pensare in qualche misura a quale sia il modello più vero per essere cristiani: è Giuseppe di Nazareth, un uomo silenzioso e creativo. Pensa un po’ a cosa si è inventato Giuseppe per salvare Gesù.

È un uomo concreto, che trova soluzioni, anch’esse concrete. Quando si è reso conto che le locande erano chiuse, si è adattato in una stalla ma in quella circostanza l’essenziale era trovare una soluzione. Poi si toglie di mezzo, a un certo punto, dopo che ha fatto quello che doveva fare.

E risuonano nella mente queste parole bellissime del Vangelo: “Siamo servi inutili, abbiamo fatto solo quello che dovevamo fare”. Agire e scomparire. Ma non lo scomparire di chi poi si sente tutto triste perché nessuno ha riconosciuto il suo lavoro, ma di chi non ha bisogno di nulla, e per questo si percepisce inutile, cioè che non ha bisogno di un utile, non cerca un utile. Non dovremmo cercare la gratitudine dagli altri, dovremmo provare una profonda gioia a toglierci di mezzo, a sentirci veramente inutili; “inutili” nel Vangelo significa che ci sentiamo così tanto amati e preziosi da non cercare nessun altro utile. In questo senso diciamo “inutile”: non nel senso che non valiamo niente. Ma che valiamo così tanto e ci sentiamo così tanto pieni di questo valore da non cercare nient’altro che ci appaghi o ci dica che abbiamo valore.

Questo è il motivo per cui possiamo permetterci di essere inutili. Se amassimo così, se vivessimo così i nostri rapporti, se vivessimo così il nostro essere Chiesa, se amassimo la Chiesa come Giuseppe ha amato Maria, se amassimo le persone che ci sono state affidate come Giuseppe ha amato Gesù, che rinnovamento davvero profondo sarebbe questo per la Chiesa. Se Gesù ha fatto quello che ha potuto fare, è perché aveva un Giuseppe alle spalle, che ha reso possibile questo”.
(da “Quello che sei per me” di Luigi Maria Epicoco)