Mi ricordo, vi ricordo. Il tesoro e il cuore

Scheda settimanale n. 1 – domenica 15 settembre 2019

Il diacono Jacopo, dopo dieci anni di ministero in sant’Ambrogio, si congeda dalla comunità. Risiederà presso la diocesi di Chiavari (GE), dove è nato e dove si trova la sua famiglia. Gli è stato affidato un incarico come insegnante di religione presso il Liceo Marconi di Chiavari e sarà collaboratore pastorale della parrocchia san Giovanni Battista, sempre in Chiavari. Di seguito lo scritto che ci ha lasciato e in fondo al testo, i suoi recapiti.

 

“Ma misi me
per l’alto mare aperto”
Inferno, XXVI

Mi ricordo, vi ricordo
Il tesoro e il cuore
diac. Jacopo De Vecchi

“La Corrida – Dilettanti allo sbaraglio”, è stata una trasmissione televisiva ideata e condotta dal mitico Corrado. L’ultima edizione presentata dallo stesso Corrado, andò in onda dal 1986 al 1996, dieci anni. Anch’io ho vissuto dieci anni in sant’Ambrogio, proprio come un dilettante allo sbaraglio.

La mia prima funzione solennissima, fu il funerale di mons. Libero Tresoldi, vescovo di Crema e già abate di sant’Ambrogio. Era il 24 ottobre del 2009. Presenti numerosi vescovi e il cardinale Tettamanzi. Al termine delle comunioni il cerimoniere m’indicò una coppa di peltro colma d’acqua, per lavarmi le mani. Io non conoscevo questa finezza liturgica e così ho trangugiato il contenuto, potentemente aromatizzato di pura essenza alla lavanda. I partecipanti al funerale ancora raccontano che il diacono, rivestito dei paramenti più solenni, scappò dall’altare verso la sacrestia, con le mani davanti alla bocca come Fantozzi, per evitare un avvelenamento forse fatale. Questo il mio glorioso incipit nella basilica ambrosiana.

Riconosco commosso che – dilettante allo sbaraglio – ho vissuto una grande, grandissima avventura.

Com’era bello la sera passeggiare nel porticato, leggendo un libro. Che silenzio, che bellezza, nel cuore della metropoli. Ricordo i falchi pellegrini nel campanile più alto e i rondoni ad annunciare la primavera, il loro ultimo grido alla fine dell’estate. Di notte il richiamo del gufo, spesso appollaiato sulla croce della facciata.

Quanti incontri tra le colonne di Ansperto, quante sorprendenti condivisioni, quante amicizie nate così per caso, forse. Quanti volti di persone sconosciute hanno portato lì un dolore, una speranza, una fatica. I pazienti degli ospedali milanesi passano spesso, alla vigilia del ricovero, per una preghiera, per un poco di raccoglimento. Le donne con il capo velato da un foulard colorato, durante i giorni della chemio. Una signora poco dopo aver perso il marito, ha scoperto di essere malata: “mi conforta – ha detto – che lui non l’ha saputo, mi amava troppo, non l’avrebbe sopportato”. Il pomeriggio di un venerdì Santo, nel tempo tra la Passione e l’ultima via Crucis, un ragazzo olandese non battezzato voleva confessarsi. Spiego la situazione a don Erminio che mi dice un po’ beffardo: “Non si potrebbe… ma ascoltalo, d’altronde anche tu non mi sembri molto battezzato”.

Ricordo il triduo pasquale, dolente e luminoso. Ricordo l’apertura della porta Santa, in quell’occasione ho visto e incontrato il popolo di Dio, non solo quelli che vengono in chiesa. Quanti battesimi, quante famiglie che con semplicità e gioia si amano. Ricordo l’accoglienza durante la benedizione natalizia, da piazza sant’Ambrogio, lungo tutta la via Carducci fino in via Olona, le porte e i cuori aperti, spalancati. Ricordo un invito a cena vicino alla parrocchia.  Davanti al portone mi imbatto in alcuni volti noti che dicono: “vieni su da noi?”, rispondo: “ma certo”, senza pensarci troppo. A metà dell’aperitivo mi accorgo che ero sì invitato a cena, ma da un’altra famiglia, al civico di fronte. Ricordo il funerale di Enzo Jannacci, sembrava di vivere la parabola del banchetto (Luca 16): “Va’ per le piazze e per le strade della città, conduci qua i mendicanti, i mutilati, gli zoppi e i ciechi”.

Ricordo i poliziotti della grande caserma, ragazzi del sud, capaci da subito di amicizia. Alcuni di loro, nel cuore di una notte estiva, mi hanno chiesto di accompagnare una persona, che si trovava in una situazione delicata. Sono venuti a prendermi in piazza sant’Ambrogio, tre auto della polizia con i lampeggianti accesi. Dal balcone di una casa vicina, una nobildonna di altissimo rango – mentre bagnava i gerani – ha assistito assai perplessa alla scena e forse ha mormorato, vedendomi portare via dalla forza pubblica: “Ecco, lo dicevo io che era un poco di buono”.

Ricordo gli scout, la route estiva, in particolare l’avventura in terra Santa, indimenticabile: “insieme abbiamo appreso ciò, che il libro non addita. Abbiamo appreso che l’amor, è il senso della vita”.

Penso a Mauro, istrione innamorato di viale Lazio, Flavio con le “sue” biciclette e l’amico Dario, che mi ha fatto conoscere Billy Budd, di Melville. Ricordo Christian, che mi ha bagnato il golfino di lacrime il giorno prima di morire.

Oggi per me è l’ultimo giorno e ricordo il primo giorno in sant’Ambrogio, poco dopo l’ordinazione. Ad accogliermi c’era Luigi detto Luisìn, dei Semprevivi di san Pietro in Sala, la mia parrocchia: “ho pensato che tu ti sentissi solo, qui non conosci nessuno, ma ora ci sono io”. Grazie Luisìn.

Dalla mia finestra in sant’Ambrogio, sotto il campanile, ho visto tutte le sere il sole tramontare, laggiù, in fondo a via san Vittore. Un meraviglioso spettacolo quotidiano che gli occhi non erano mai stanchi di guardare, nel quale mi sono perso tante volte.

Giunge al tramonto anche questa mia giornata ambrosiana e milanese. Mi attende il mare aperto, che dopo tutto è solo un naviglio senza sponda e quindi non mi sentirò troppo spaesato. Inizia una nuova avventura.

Mi ricordo, vi ricordo, vi ho nel cuore, perché il vangelo nel quale riponiamo la nostra speranza e la nostra unica vita, il vangelo che ci ha fatti incontrare, dice così: “là dove è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore” (Matteo 6,19). Il mio cuore non lo so se è grande, il mio tesoro – voi – sì.

 

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diac. Jacopo De Vecchi
jacopo.devecchi@basilicasantambrogio.it
c/o Parrocchia san Giovanni Battista
Via Bighetti, 61 – 16043 Chiavari (GE)
cell. 338.1976184