Il nostro cuore in festa canti di gioia

Scheda settimanale n. 39 – domenica 23 giugno 2019

Due feste… i SS. Gervaso e Protaso e
IL
Corpus Domini
di don Biagio Pizzi

“Il nostro cuore in festa canti di gioia” (dal rito della luce). E’ festa, innanzitutto perché facciamo memoria dei nostri Compatroni Gervaso e Protaso nel solenne Pontificale delle ore 11, presieduto da Mons. Erminio De Scalzi, che ricorda il ventesimo anniversario della sua Ordinazione episcopale. S. Ambrogio, il 19 giugno del 386, deponendo le preziose reliquie dei due martiri sotto l’Altare ha dedicato a loro la nostra Basilica (detta appunto Basilica Martyrum).  Noi oggi pensiamo ai due martiri con riconoscenza, fierezza e devozione, come ha fatto il nostro santo Patrono che amava diffondere il culto dei martiri.  A partire dal IV secolo, due sono le espressioni fondamentali di questo culto: la cura delle tombe dei martiri, sulle quali vengono edificate grandi basiliche, come la nostra, e la celebrazione della festa dei martiri nel giorno anniversario della loro morte, cioè della loro nascita al cielo. Noi festeggiamo i Santi Gervaso e Protaso nel giorno in cui S. Ambrogio li ha ritrovati in seguito ad una ispirazione divina.  Il culto dei martiri non è la sostituzione del culto delle divinità pagane, come alcuno ha pensato.

Esistono profonde differenze tra la venerazione nei confronti di un martire e il culto di una divinità pagana. Lo ha richiamato con forza S. Agostino quando dice.” Per noi, i martiri non sono degli dei, perché noi sappiamo che lo stesso unico Dio è insieme nostro Dio e loro Dio… Ai nostri martiri noi non costruiamo dei templi come fossero dei, ma delle tombe, in quanto sono persone mortali, il cui spirito ora vive con Dio. Noi non erigiamo degli altari per sacrificare ai martiri, ma al Dio unico dei martiri e nostro… E’ a Dio e non a loro che viene offerto il sacrificio”.  I martiri, quindi, sono semplici mortali credenti, che hanno ricevuto la grazia di morire per Cristo.  Li veneriamo come nostri fratelli, coi quali siamo in comunione: la comunione che unisce i Santi del Paradiso e noi che camminiamo ancora sulla terra.  Con la loro testimonianza di amore a Cristo fino al martirio, sono segni eloquenti e avvertimenti persuasivi che la sorte di Gesù Redentore è anche la nostra sorte di redenti, chiamati a condividere il destino del Crocifisso, nella misura e nei modi disposti per ciascuno di noi dalla volontà di Dio.

Il secondo motivo della nostra gioia è la celebrazione della solennità del Corpo e del Sangue del Signore. La Chiesa è responsabile di tante cose, ma tutte le altre responsabilità sono ben poca cosa paragonate a quella che ha nei confronti del Corpo e del Sangue del Salvatore, che sono il prezzo del Suo riscatto. “Venite, prostrati adoriamo in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati”, ci esorta il Salmo 95, 6. E uno che non credeva nella presenza reale di Gesù ha detto: “se io potessi credere che lì sull’altare c’è davvero Dio, credo che cadrei in ginocchio e non mi alzerei più”. Certo Gesù non ci chiede di stare sempre materialmente in ginocchio, ma spiritualmente, con il cuore, sì. Gesù ha detto che dove è il nostro tesoro là sarà anche il nostro cuore. Il nostro più grande tesoro, in questo mondo, è proprio Gesù eucaristico. Lì sia dunque il nostro cuore. La presenza di Gesù esige che anche noi siamo presenti a Lui. Sant’Agostino esclama con tristezza: “Tu eri con me, ma io non ero con Te!”. Per incontrare Gesù presente nell’Eucarestia bisogna rientrare in sé stessi. Cominciamo allora a prestare attenzione a ciò che diciamo nella S. Messa. Al Gloria diciamo: “Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa”. Notiamo: non per qualche beneficio che il Signore concede a noi, ma per la Sua gloria immensa. Semplicemente perché è Dio, semplicemente perché esiste. Questo è rendere gloria e grazie a Dio come si conviene. Poi quando diciamo: “Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo…” ripetiamo una delle forme più alte di adorazione della maestà di Dio, da quando il profeta Isaia lo sentì intonare dai Serafini in cielo. Ogni genuflessione che facciamo è l’occasione per ravvivare questo spirito di adorazione. Una genuflessione ben fatta è un atto, in sé stesso, completo di adorazione. Nella lingua greca adorare (“proskyneo”) significa proprio prostrarsi a terra. Ma l’adorazione è soprattutto uno stato d’animo, un’intenzione del cuore che si può portare in tutte le cose. Quando questa intenzione è presente trasforma in adorazione ogni preghiera e ogni azione; fa di ogni tempo, un tempo di adorazione. Nella Apocalisse di S. Giovanni si legge di un Angelo che, volando in mezzo al cielo, gridava a gran voce agli abitanti della terra: “temete Dio, dategli gloria… adorate Colui che ha fatto il cielo e la terra” (Apocalisse 14,7). In questa solennità del Corpus Domini accogliamo questo invito dell’Angelo. Il dovere dell’adorazione ci è ricordato anche dalle seguenti parole di un poeta mistico tedesco: “Dio è qui presente: venite adoriamo! Con santa riverenza, entriamo in Sua presenza. Dio è qui nel mezzo: tutto taccia in noi e l’intimo del petto si prostri al Suo cospetto”.