La domanda di Tommaso, la nostra domanda

Scheda settimanale n. 31 – seconda domenica di Pasqua – 28 aprile 2019

“Mio Signore e mio Dio!”
San Tommaso: uno di noi
di padre Robert Popa

Gli eventi della tomba vuota, avevano lasciato perplessi i discepoli e – nonostante il messaggio delle donne – gli stessi discepoli hanno paura. Per questo la sera della Resurrezione di Gesù, si chiudono insieme, probabilmente nel cenacolo: Giovanni annota sobriamente che i discepoli si trovano riuniti insieme. Non dice chi siano, lascia intendere però che si tratta degli apostoli, i Dodici, rimasti in dieci per il gesto doloroso di Giuda e per l’assenza innocente di Tommaso. Sarebbe, ora, molto interessante porre l’attenzione proprio su questa assemblea formata da dieci persone… cioè il numero legale affinché nel culto ebraico vi sia un’assemblea idonea, a cui il Signore non fa mancare la sua Presenza. La sera della Resurrezione vede dunque il primo nucleo della nuova assemblea del popolo di Dio, a cui il Signore Risorto non fa mancare la sua presenza, tanto più che i discepoli non sembra che stiano studiando la Scrittura o pregando, ma solo si trovano uniti per farsi coraggio, per trovare qualche consolazione per la morte del loro Signore. Sembra così… così tutto pronto: Gesù allora “venne e stette in piedi”. Possiamo capire, allora, come la venuta indica l’intervento autonomo del Risorto, in piedi: è il Resuscitato e il Vivente. In questo contesto Gesù offre il primo dono: la Pace, quella che aveva promesso come fatto divino e non umano, quella che indica la condizione ideale “quando tutti hanno tutto, e nulla manca a qualcuno”. E’ la condizione del Regno divino.

Sicuramente spicca l’atteggiamento di Tommaso – quel discepolo generoso che avrebbe voluto morire con Gesù, ma che con i fratelli nella vocazione era fuggito via dal Getsemani – ebbene proprio Tommaso non era presente quella sera. Il motivo non è narrato, ma è misteriosamente provvidenziale, poiché il “Gesù che viene” di sua iniziativa vuole incontrarsi proprio con Tommaso, il tipo di discepolo volenteroso ma incerto. Infatti i confratelli gli comunicano: “noi abbiamo visto il Signore”, ossia il Risorto, Gesù da tutti loro riconosciuto come vivente. Tommaso oppone una grave riserva, che è anche paura e – chiaramente – sfida. Tommaso l’incredulo è il tipo eterno di chi “crede solo se …”, così comune ancora oggi, ma non per un certo tipo di curiosità, bensì per respingere lontano come un’idea molesta la precisa responsabilità di prendere atto della realtà vera. Insomma, Tommaso ha paura di “credere”, cioè di affidarsi, di aderire al Risorto per sempre.

Il Signore, come ben sappiamo, non abbandona ciò che è “suo” … Tommaso è scelto e otto giorni dopo, cioè una domenica, il Risorto viene. I discepoli stanno di nuovo insieme, con le porte chiuse, Gesù si pone di nuovo in piedi tra di essi, e per la terza volta offre la sua Pace, e si rivolge a Tommaso (stavolta presente nel gruppo dei discepoli), e lo invita (non lo obbliga!) a portare il dito e vedere le mani, e a portare la mano nel suo costato, e dunque a credere, e non a restare incredulo. Davvero la pazienza divina non ha limiti! La reazione dolcissima del Signore è insieme constatazione del presente e profezia per il futuro: Tommaso crede perché vede e predicherà, poi, la Resurrezione e la fede alle nazioni. La fede non è solo “credere” a una dottrina, per quanto questa sia immacolata. La fede è anzitutto l’adesione d’amore al Signore, che di continuo visita e si fa presente con il suo Spirito, è ricerca della comunione di unità. La “visione” appartiene alla promessa finale, quando “Lo vedremo com’è, poiché saremo simili a lui”, come afferma lo stesso evangelista Giovanni. Il discepolo Tommaso, nella sua umanità, ci è davvero vicino: Tommaso è davvero uno come noi.