E noi… andremo alla festa?

di don Antonio Paganini

scheda settimanale n. 9 – domenica 4 novembre 2018 avvisi parrocchia diocesi oratorio

“La parola di Dio è viva, efficace, tagliente”. Questa annotazione di san Paolo nella sua lettera agli Ebrei (4,12) dice la concretezza della parola di Dio, essa non scorre sulle nuvole della nostra esistenza, ma tocca la vita e la può anche trasformare. Tale verità è chiaramente confermata dalla parabola di Luca che la liturgia ambrosiana di questa domenica offre alla nostra riflessione, alla nostra meditazione.

Il racconto è narrato da Gesù, mentre si trova a pranzo nella casa di un capo dei farisei, in risposta ad uno dei commensali che esalta la fortuna di chi potrà “prendere cibo nel regno di Dio”. “Ma questo è il dono del Signore per tutti i popoli” – esclama subito Gesù – cercando di chiarire meglio la sua confidenza, appunto con questa parabola che ci racconta di un uomo che diede una festa e fece molti inviti.

Gli invitati, scorrettamente, per diversi e futili motivi, disertarono l’appuntamento, proprio come si comportano molti di fronte all’invito universale del Signore a partecipare al banchetto del Regno. Sì, perché l’iniziativa gratuita di Dio, che chiama la creatura umana alla pienezza di vita eterna e felice, è offerta alla libera risposta dell’uomo che non sempre capisce l’importanza e la preziosità del dono e conseguentemente spesso non sa superare le possibili resistenze iniziali e rinunciare ad altre allettanti proposte. Gesù indicando nella parabola le motivazioni del rifiuto degli invitati sembra amorevolmente preoccupato da difenderci da questo rischio di “non prendere parte alla festa”, che c’è anche per noi.

Cos’hanno in comune i primi tre invitati che rifiutano di partecipare alla festa? Tutti e tre hanno qualcosa d’immediato e di interessante e quindi di “urgente”, da non perdere: il piacere e l’onore del banchetto – per questi tre personaggi – non valgono il vantaggio sperato da altri richiami. Questo rischio, questo continuo calcolare, è il rischio insidioso che corrono in molti per l’invito rivolto a tutti dall’amore del Padre ad accogliere i beni recati nel mondo da Gesù, a partecipare alla salvezza, a vivere in eterno. I beni immediati ed anche effimeri premono di più di ciò che conta davvero, purtroppo dobbiamo riconoscerci in questi tre personaggi che sopravvalutano ciò che non ha poi così tanto valore. Quante volte tralasciamo l’importante per l’immediato, l’essenziale per il contingente, lo spirituale per il materiale e ciò che avviene nella nostra esperienza di fede ha delle ricadute anche sul piano degli stessi rapporti umani, delle stesse relazioni: vale la pena pensarci. La parola di Dio di rivela ancora una volta come vera scuola di vita, non è solo una dottrina da studiare o un edificante racconto spirituale, no: è parola viva che parla ai nostri cuori, tocca le nostre vite e, come scrive il nostro arcivescovo nella sua ultima lettera pastorale: “la parola di Dio chiede una risposta, invita ad una conversione, propone una vocazione”.

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Papa Francesco commenta la parabola del banchetto (da Osservatore Romano, 8 nov. 2017).

Per la salvezza c’è «un biglietto di entrata». Ma con qualche avvertenza. Anzitutto è gratuito; e poi i titolari saranno sicuramente donne e uomini che hanno «bisogno di cura e di guarigione nel corpo e nell’anima». Ai primi posti ci siano «peccatori, poveri e ammalati», i cosiddetti «ultimi» insomma. Celebrando la messa a Santa Marta, papa Francesco ha rilanciato l’immagine evangelica — tratta dal passo di Luca (14, 15-24) — del banchetto a cui il padrone di casa invita «i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi» dopo il rifiuto dei ricchi che non comprendono il valore della gratuità della salvezza. «I primi invitati non hanno voluto andare a cena, non importava né della cena né della gente che c’era lì, né del Signore che li invitava: a loro importavano altre cose». E infatti uno dopo l’altro cominciarono a scusarsi, Così, ha fatto presente il papa, «il primo gli disse: “Ho comprato un campo”; l’altro: “Ho comprato cinque paia di buoi”; un altro: “Mi sono sposato”; ma ognuno aveva il proprio interesse e questo interesse era più grande dell’invito». Il fatto è, ha affermato Francesco, che «questi erano attaccati a questa domanda: ci guadagno qualcosa da questo invito?». Queste persone sono attaccate «all’interesse a tal punto che» cadono in «una schiavitù dello spirito» e «sono incapaci di capire la gratuità dell’invito». Ma «se non si capisce la gratuità dell’invito di Dio, non si capisce nulla» ha avvertito il papa. Quindi, per andare a questo banchetto, cosa si deve pagare? Il biglietto di entrata è essere ammalato, è essere povero, è essere peccatore, è essere fragile». Proprio questo «è il biglietto di entrata: essere bisognoso sia nel corpo sia nell’anima». E «per bisogno», ha rilanciato Francesco, si intende «bisogno di cura, di guarigione, avere bisogno di amore». «Qui — ha spiegato il pontefice — si vedono i due atteggiamenti». Quello di Dio «è sempre gratuito: per salvare, Dio non fa pagare nulla, è gratuito». Ed è per tutti, nessuno escluso: «Esci subito per le piazze, per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi, gli zoppi». Nell’altra versione di Matteo, il padrone dice: «buoni e cattivi: tutti, tutti», perché «la gratuità di Dio non ha dei limiti: tutti, lui riceve tutti». Poi l’altro atteggiamento. «Invece quelli che seguono il proprio interesse — ha proseguito il papa — non capiscono la gratuità. Il fatto è che qualcuno «non capisce la gratuità della salvezza, e pensa che la salvezza è il frutto del “io pago e tu mi salvi” o ancor peggio del proprio impegno: pago con questo, con questo, con questo». Invece «no, la salvezza è gratuita». E «se tu non entri in questa dinamica della gratuità non capisci nulla». In realtà, ha confidato il papa, «io mi domando: cosa sentono questi che non sono disposti a venire a questo banchetto, alla festa? Si sentono sicuri, si sentono con una sicurezza, si sentono salvi a loro modo fuori dal banchetto, che non li riguarda». E «hanno perso il senso della gratuità, del dono, hanno perso il senso dell’amore e hanno perso una cosa più grande e più bella ancora e questo è molto brutto: hanno perso la capacità di sentirsi amati». E, ha aggiunto, «quando tu perdi — non dico la capacità di amare, perché quella si recupera — la capacità di sentirti amato, non c’è speranza: hai perso tutto». Del resto, ha concluso il Pontefice, questi personaggi che non partecipano alla festa «ci fanno pensare allo scritto nella porta dell’inferno dantesco “Lasciate la speranza”: hai perso tutto». Da parte nostra, occorre guardare invece il padrone di casa che vuole che la sua casa si riempia: «è tanto amoroso che nella sua gratuità vuole riempire la casa». E così «chiediamo al Signore che ci salvi dal perdere la capacità di sentirsi amati».