SINODO MINORE, PRIMO PASSO IN SANT’AMBROGIO

Ascolto, sinodalità, conversione dei cuori, gioia, fierezza per ciò che siamo, siamo stati e saremo come Chiesa ambrosiana, ma anche consapevolezza che occorre comprendere il presente per camminare meglio, insieme, nel futuro che è già qui.Sono queste le parole-chiave e i sentimenti con i quali l’Arcivescovo invita a vivere il Sinodo minore “Chiesa dalle Genti” che prende avvio ufficialmente con la Celebrazione della Parola nella basilica di Sant’Ambrogio, gremita di fedeli. Ci sono moltissimi sacerdoti – il Consiglio Presbiterale è al completo – religiose, laici – con tutti i membri del Consiglio Pastorale Diocesano –, i Vicari di Zona e di Settore, i Vescovi ausiliari, i Decani, i giovani, i responsabili di Associazioni e Movimenti e, poi, tanta, tanta gente: tutti quelli a cui monsignor Delpini chiede di diventare, nelle proprie parrocchie e realtà territoriali, «araldi del Sinodo». In altare maggiore, accanto a lui, l’intera Commissione di Coordinamento, presieduta da monsignor Luca Bressan che prende brevemente la parola all’inizio del Rito, introdotto (con un segno pieno di significato) dal “Canto della Fede” eseguito dal Coro “Elikya” che significa “Speranza”.

«Siamo chiesa dalle genti – spiega Bressan –, strumenti per insegnare a tutti noi, di nuovo, la bellezza trasfigurante che salva». Il desiderio è quello di imparare a riconoscere, dentro la storia, la tensione unificante e pacificante, di cui il Sinodo intende farsi voce. «La tradizione che ci ha sorretto è fondamentale, ma chiede di essere aggiornata con discernimento».

L’omelia Dell’Arcivescovo

«Siamo la Chiesa dei santi Ambrogio e Carlo, la Chiesa Ambrosiana: umilmente fieri del nostro patrimonio inestimabile, accogliamo oggi l’invito a sollevare lo sguardo verso la Gerusalemme che scende dal cielo e a vivere un’operosa disponibilità, chiedendo allo Spirito che illumini i nostri passi», dice l’Arcivescovo, chiarendo subito la natura e gli scopi del Sinodo che non è un confrontarsi sulla migrazione (anche se l’avvio è posto nella 104esima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato), ma un riflettere «sulla Chiesa di tutti».

«Il Sinodo, che vogliamo celebrare in questa forma minore, non è un insieme di riunioni per concludere con un documento che accontenti un po’ tutti. E’ invece un modo di vivere il nostro pellegrinaggio con la responsabilità di prendere la direzione suggerita dallo Spirito di Dio perché la nostra comunità cristiana possa convertirsi per essere la “tenda di Dio con gli uomini”»

Una disponibilità a essere guidati che presuppone la conversione, non come «una conferma rassicurante, ma sempre come invito, chiamata, attrattiva e spinta per un oltre inesplorato. Tutti siamo in cammino, tutti dobbiamo convertirci: non siamo una casa di accoglienza ben organizzata che concede generosa ospitalità ai passanti, siamo un popolo in cammino, una casa in costruzione, una fraterna convivenza che vive un tempo di transizione che riguarda tutti e tutto. La secolarizzazione e l’emarginazione del pensiero di Dio e della vita eterna, la situazione demografica, l’evoluzione della tecnologia, la problematica occupazionale, la liquidità dei rapporti affettivi, l’interazione tra culture, etnie, tradizioni religiose e tanti altri aspetti contribuiscono a rendere complessa la domanda: come deve essere la nostra Chiesa per essere fedele alla volontà del suo Signore qui e oggi?».

Interrogativo non facile, né scontato, ma la cui difficoltà non può diventare un alibi dietro il quale nascondersi per paura del nuovo. Soprattutto se si è discepoli del Signore quali pietre vive del suo edificio spirituale.

Insomma, tutti devono sentire una precisa responsabilità nell’edificare la casa di Dio, la Chiesa: «anche se parlano altre lingue in modo più sciolto dell’italiano, se celebrano feste e tradizioni più consuete in altri Paesi che nelle nostre terre, se amano liturgie più animate e festose di quelle abituali nelle nostre chiese, non per questo possono sottrarsi alla responsabilità di offrire il loro contributo per dare volto alla Chiesa che nasce dalle genti».

Il richiamo di Delpini si fa, quindi, chiarissimo nel delineare il senso con cui intendere la parola “sinodo”, dal greco “camminare insieme”. «Ci proponiamo di vivere questo cammino, consapevoli che lo Spirito parla con la voce di tutti e che il convergere nella comunione ecclesiale è il desiderio del medesimo Spirito che distribuisce i suoi doni a ciascuno per l’utilità comune. Il “metodo sinodale” vorrebbe essere uno stile abituale per ogni momento di Chiesa, sfidando la tendenza all’inerzia, l’inclinazione allo scetticismo, la comoda scelta della passività di alcuni, la tentazione dell’autoritarismo di altri. Continuando la storia scritta dai nostri padri, vogliamo affermare, con la loro stessa fierezza, che siamo pronti a confrontarci con le sfide del nostro tempo, essendo persuasi che possiamo sperimentare la forza dello stare insieme, del camminare insieme, nella docilità all’intenzione di Dio. Ci proponiamo di imparare a riconoscere dentro la storia le tracce di questo amore che ci attrae in un modo inatteso e universale, riunificandoci in un popolo, donandoci pace».

Da qui la necessità di un autentico ascolto reciproco, che, infatti, il Sinodo propone come primo momento da vivere fino alla Pasqua, il 1 aprile prossimo. «Abbiamo desiderio di imparare ad ascoltare, ad ascoltarci, per discernere, per riuscire a percepire quanto sia reale e feconda la presenza dentro la storia del Dio di Gesù Cristo, superando lo smarrimento provocato dalle troppe parole, dagli stimoli disordinati, dai messaggi che saturano i nostri ambienti e ci stordiscono nella confusione».

E tutto questo, appunto, nella convinzione che di fronte non tanto alla Babele delle lingue, quanto assai maggiormente al frastuono del disordine, sia necessaria una purificazione. «Intraprendiamo questo cammino con la persuasione che noi per primi, le nostre istituzioni e le nostre strutture, tutto quello che facciamo, tutto quello che siamo deve essere purificato dalla visione di Chiesa che l’angelo ci ispira. È a questa visione che ci vogliamo ispirare, perché si rinnovi la giovinezza e la freschezza, la bellezza e l’attrattiva di questa Chiesa dalle genti».

E se anche il sindaco di Milano Sala ha fatto pervenire i suoi auguri, è evidente che una prospettiva simile abbia anche molto da dire e da dare alle Istituzioni laiche, alla città.

È in tale logica costruttiva che ognuno è chiamato a fare la sua parte riconoscendo che essere “Chiesa dalle genti” sarà un esercizio per maturare nella fede e nella testimonianza.

«Tutti i battezzati nella Chiesa cattolica, ma anche i battezzati in altre Chiese e comunità cristiane, sono chiamati a partecipare alla consultazione sinodale con spirito di fede. Per il discernimento ecclesiale tutti gli uomini e le donne di buona volontà hanno il loro contributo da offrire secondo le modalità che sono state indicate e secondo le modalità che, con il tempo, si riveleranno opportune e praticabili perché il Vescovo possa esercitare il suo compito con sapienza e prudenza, con lungimiranza e coraggio, con umiltà e rispetto».

Compito complesso, non si nasconde monsignor Delpini, quello di riflettere su questi temi per riscrivere – come si propone il Sinodo – il capitolo 14 del Sinodo 47°, “Pastorale degli esteri”, ormai datata. «Abbiamo le nostre paure e le nostre esitazioni. Le prospettive sono vaghe e incerte, le forze disponibili sembrano talora stanche, le questioni sono evidentemente complicate, le procedure possono logorare l’entusiasmo. Il documento preparatorio (disponibile nelle librerie e scaricabile anche dal sito dedicato www.chesadimilano.it/sinodo) sarà la guida per mettere a fuoco le questioni, per comprendere la posta in gioco, per concentrarsi sull’essenziale, per concludere alle poche decisioni corrette e prospettiche, che farò mie perché la Chiesa di Milano sia Chiesa dalle genti».

Intanto, la conclusione del primo giorno del Sinodo è un inno a procedere, nella preghiera e sotto la protezione della Madonnina, con speranza, gioia e fiducia, pur nella consapevolezza del «lavoro facile» che attende, «autorizzati dalla nostra storia ad affrontare con fierezza e scioltezza le sfide del presente e del futuro». Poi, la consegna del Mandato (attraverso il Documento preparatorio) ai membri dei consigli Pastorale e Presbiterale, consegnato ad alcuni dall’arcivescovo stesso. Così, l’applauso che accompagna la processione finale seguendo la croce simbolo del Sinodo – moderna, ma simile a quella di San Carlo – sulle note del “Thanks to the Lord”, cantato dal coro filippino, sembra la sintesi più bella dei mesi “sinodali” che verranno.