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Carissimi genitori, vi stiamo pensando tanto…

Carissimi genitori

In questi giorni io e don Luca vi abbiamo pensato tanto.

Consideravamo che, se noi sacerdoti avevamo ragioni per essere preoccupati per tutto quello che stava accadendo, le vostre preoccupazioni dovevano essere ben più serie.

Immaginavamo la vostra fatica a gestire i figli chiusi in casa, costretti a convivere in spazi diventati ogni giorno più stretti, aiutarli a vincere la noia, a prendere sul serio gli stimoli virtuali della Scuola e dei loro insegnanti, a reggere a qualche forma di ansia e di paura, a restare comunque sereni e fiduciosi…
Consideravamo anche che se è vero che le cose belle si apprezzano ancora di più proprio nel momento in cui ci vengono sottratte…, ebbene, voi ci mancate proprio tanto!

Ci chiedevamo anche:” Non è possibile trasformare questi giorni grigi in occasioni ed opportunità? Scoprire e magari godere anche la “grazia” di questa convivenza forzata? Valorizzare la fecondità nascosta di questi tempi di vita senza vita?
In effetti questa non è una stagione che si potrà archiviare o mettere tra parentesi, come a dire:” E’ successo… Che fatica! Ora tutto è finito. Grazie al cielo torniamo a riprendere la vita di sempre, come prima!”….  Quasi non fosse capitato nulla.
No! Non sarà più come prima! Non è possibile lasciarsi scivolare addosso esperienze come questa allo stesso modo in cui uno non può mettere tra parentesi una malattia grave, un lutto drammatico, una violenza subita. Chi ha provato sa che non è più come prima e che con quello che è successo occorre intelligentemente e pazientemente misurarsi quasi ogni giorno.

Comunque io e don Luca abbiamo fatto qualche pensiero e, senza alcuna pretesa, proviamo a lasciarvi qualche indicazione.

Valorizzate questi giorni per parlare tra voi. Da anni magari sognavate un tempo buono e abbondante, solo vostro, per dedicarvi maggiore attenzione, per approfondire qualche questione rimasta sospesa, per colmare distanze e chiarire dissapori…, o anche semplicemente per godervi un po’ di più.
Ascoltate i vostri figli… Fateli parlare! E’ una occasione preziosa. Ascoltate i loro racconti e magari anche le loro preoccupazioni e le loro ansie. C’è tutto il tempo per farle decantare e “ragionarle” insieme. E’ un esercizio intelligente che restituisce serenità e sicurezza. Certo occorre pazienza, grande pazienza! Ma questi sono davvero i giorni della pazienza e della tenerezza.
Studiate con loro e con loro giocate, rivedete qualche bel film, ascoltate un po’ di musica, di quella buona, preparate la tavola insieme e pulite la casa. Come si diceva una volta:” Tutti per uno, uno per tutti!”.

Pregate anche insieme… perché no? Recitate le preghiere semplici, una parte di Rosario, leggete un salmo… E tornate, voi genitori, a fare i catechisti dei vostri figli. Siete i migliori, senza dubbio alcuno! Non vi è chiesto di approfondire con loro i misteri della fede e neppure magari di commentare per filo e per segno i comandamenti della Chiesa. Basta leggere un brano di Vangelo, uno di quelli facili e diretti, raccoglierne la buona notizia e poi raccontarsi un po’, mettendo in comune emozioni e intuizioni.

Come vedete non abbiamo ricette miracolose, capaci di trasformare in paradiso questi giorni un po’ tristi. Tuttavia, costretti a fare di necessità virtù si impara, non senza meraviglia, che anche la più grigia necessità può avere qualche risvolto virtuoso.

Scrivevo ai membri del Consiglio Pastorale che non sono ancora in grado di immaginare cosa lascerà nel nostro vissuto l’esperienza di questi giorni anche se ho letto riflessioni interessanti.
Diventeremo capaci di maggiore sobrietà ed essenzialità? Saremo ancora più persuasi dei nostri limiti e delle nostre fragilità e ci atteggeremo con minore arroganza nei confronti degli altri? Apprezzeremo maggiormente gesti e ritmi della vita quotidiana che ora ci sono tolti? Il nostro rapporto con Dio e la nostra preghiera acquisteranno qualità e vitalità proprio da questa stagione di prova e di fatica?

Qualcuno mi faceva notare che praticamente questa emergenza si portava via tutta la Quaresima. Certo mi resta un grande rammarico perché l’avevamo preparata proprio bene, con tante proposte e appuntamenti di qualità in Basilica. Ho letto tuttavia domenica scorsa su Avvenire un articolo di Marina Corradi che mi ha invece fatto pensare molto e anche molto rasserenato. La giornalista si chiedeva infatti:” E se la vera Quaresima che ci viene chiesta in questo marzo fosse proprio l’abbandono della vita consueta, e il lasciarci condurre per sentieri sconosciuti, faticosi, per alcuni drammatici…?”

Di noi Italiani dicono che siamo un po’ anarchici e poco avvezzi alle regole. Forse c’è del vero…Ma io so anche che noi Italiani, nelle emergenze, siamo capaci di tirare fuori il meglio, in generosità, intelligenza e solidarietà. E’ esattamente quello che sta accadendo!

Ricordo ancora l’impressione che mi fece, durante gli anni del Liceo, la lettura del romanzo “La peste” di Camus, diventato attualissimo in questi giorni. Per uno dei protagonisti che si erano prodigati nella assistenza degli ammalati, si profila la possibilità di partire da Orano, la città appestata, di uscire dalla morsa mortale della epidemia. Gli altri amici lo incoraggiano, lo invitano ad andarsene, a ritornare dalla moglie perché, dicono: “Non c’era vergogna nel preferire la felicità”.
La risposta è netta: “Sì…ma ci può essere vergogna nell’essere felici da soli”

Coraggio! Noi preti, che stiamo tutti bene, non possiamo al momento pregare con voi ma possiamo pregare per voi!

Come di abitudine ormai, ogni mattina, all’apertura della Basilica, scendo in Cripta dai nostri Santi per un saluto e una preghierina. Mi rivolgo loro per qualche particolare intenzione, per la Parrocchia, per la nostra città, per situazioni di malattia, sofferenza, solitudine…

Anche in questi giorni scendo a pregare e lo faccio spinto da una urgenza ancora più impellente. Stando davanti alle reliquie di Sant’Ambrogio, Gervaso e Protaso mi sono trovato a pensare che sono lì da 1600 anni e che quindi hanno assistito a tutte le vicende grandi e drammatiche della nostra città: guerre, invasioni, pestilenze, carestie, bombardamenti… Consideravo che è proprio vero, in proposito, quanto ha scritto un padre della Chiesa in epoca medioevale. Egli affermava che noi, come credenti, assomigliamo a piccoli nani, fragili e inconsistenti, ma quando ci misuriamo con i grandi Santi e la grande tradizione della Chiesa è come se salissimo sulle spalle di giganti e benché piccoli, diventiamo alti e forti…, capaci di guardare più lontano.

Ecco: la nostra Basilica, i nostri Santi, sono i nostri giganti!
In questi giorni in cui ci sentiamo piccoli e fragili sappiamo di contare sulla loro forza e la loro protezione.

Vi abbracciamo, tutti!

                                       don Carlo e i vostri sacerdoti