Solennità di tutti i Santi e dei Santi di casa nostra

Domani, il 2 novembre, la Chiesa ci invita a ricordare tutti i fedeli defunti che a me piace chiamare i Santi di casa nostra, perché sono coloro che Dio ha chiamato a vivere accanto a noi, lasciandoci un esempio di fedeltà al Vangelo nella semplicità della vita quotidiana: sono i nostri genitori, amici, fratelli, parenti che il Signore ha già voluto presso di sé. Ricordarli non significa togliersi il pensiero facendo celebrare per loro una santa Messa anche se è importante unirli così al sacrificio di Cristo. Ricordarli ci aiuta soprattutto a portare dentro la nostra coscienza l’esempio di santità che ci hanno donato, la via che hanno percorso nelle semplici virtù umane e cristiane, e ci sprona ad imitare il loro comportamento nella faticosa quotidianità che li ha stretti a noi nei diversi anni nei differenti gradi di parentela o di amicizia. Anche i nostri cari defunti, i Santi di casa nostra, ci insegnano a modo loro la via per essere conformi a Cristo nella santità.

Andate e predicate, io sono con voi

In questo mese straordinario, voluto da Papa Francesco, guardiamo in modo particolare a quanti vivono la missione in terre lontane, rivolti a genti lontane. Ma l’annuncio del Vangelo non è solo compito da chi parte, ma anche da chi rimane nelle proprie terre, tra la propria gente. La missione è per tutti, non può essere riservata a pochi. I fratelli e le sorelle che partono dicono a tutti noi di non rimanere chiusi nei recinti delle nostre parrocchie, ma di uscire, mettendoci in strada e andando verso tutti. L’invito è quello di diventare una Chiesa in uscita.

Andate è il comando che il Signore rivolge anche a noi. Andate senza paura, perché Lui ci ha detto “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ringraziamo il Signore, perché ci affida il suo Vangelo, nonostante le nostre inadeguatezze e fragilità. È in questa povertà che Lui si manifesta.

Il pericolo del Vangelo al contrario

Omelia dell’Arcivescovo Mario Delpini alla comunità di Sant’Ambrogio domenica 13 ottobre. La pagina del Vangelo di Matteo (13, 44,52) è istruttiva anche se letta a rovescio.
Insegna che siamo chiamati a custodire con saggezza il grande valore del Regno: cerchiamo di non svenderlo per cose da nulla, come il mercante stolto.
Insegna che abbiamo il grande tesoro: è la vocazione a mettere a frutto i nostri talenti, le nostre risorse per il bene di tutti: abbiamo bisogno di coraggio; cerchiamo di non essere paralizzati dalle paure.
Insegna che la pesca è stata abbondante: perché la nostra fatica porti frutto dobbiamo imparare la scelta giusta che vince la confusione, imparare a distinguere il bene dal male, a scegliere il bene e a buttare via il male.

Cristiani antipatici

“Oggi voglio raccontarvi del manuale di sopravvivenza all’antipatia che sto scrivendo e del quale ho pensato ai primi nove capitoli in rima affinché possiate ricordarli meglio” così si è espresso l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini durante la celebrazione della Santa Messa in una scuola cattolica di Milano lo scorso 8 ottobre. “Bisogna riconoscere – ha esordito l’Arcivescovo – che ci sono momenti in cui i cristiani sono antipatici: non fanno niente di male, eppure molti li guardano come fossero un fastidio, un disturbo; non vengono a imporre niente, ma già il fatto che esistano genera il pregiudizio che siano invadenti; i cristiani – come è ovvio – hanno una visione cristiana del mondo, dell’uomo, della donna, del matrimonio, dell’economia, della vita e della morte: questo li rende una presenza antipatica.” E poi descrive il suo “Manuale di sopravvivenza”

Semplicemente, grazie!

Lasciare una comunità dove si è vissuti per diversi anni non è una cosa scontata. Quindici anni trascorsi nel “cuore” della diocesi ambrosiana, permettono di vivere una delle esperienze più significative della vita di un prete; in modo di affrontare un nuovo servizio arricchiti di questo bagaglio che va conservato e del quale essere grati al Signore.

Buona corsa per tutti

Verso dove corriamo? Per cosa corro? Bibbia e Vangelo ci dicono che l’uomo ha sempre corso. Perché la corsa è lo stile dell’agire della misericordia di Dio, che freme e desidera incontrarci per portare a compimento le sue promesse in noi. La corsa dice la sollecitudine con cui Dio si spende per l’uomo e questo stile deve caratterizzare il cristiano e la Chiesa.