L’Abate emerito: sant’Ambrogio comunità viva

Attività oratorio

De Scalzi: Sant’Ambrogio, comunità viva

«Non solo monumento, ma parrocchia aperta a tutti»: parla l’abate emerito

Fra basilica e oratorio, fedeli e turisti: il vescovo ausiliare ripercorre questi vent’anni di servizio

Di Lorenzo Rosoli
Avvenire, venerdì 30 giugno 2017

 

 

«Dopo Gesù, il dono più grande, per un prete, è la sua gente, che lo educa a essere pastore e ministro di Dio. I vicari episcopali in genere non hanno una comunità propria da curare. Io, come abate parroco di Sant’Ambrogio, sì. Ho avuto la gioia di avere una gente – scandisce monsignor Erminio De Scalzi –: la mia gente, che ho salutato domenica scorsa nella festa dei santi martiri Gervasio e Protasio, che riposano in basilica accanto ad Ambrogio. Già, perché Sant’Ambrogio non è solo un monumento dallo straordinario valore storico e artistico: è il luogo in cui si custodiscono e tramandano i valori religiosi e civili fondamentali di Milano. E, molti non lo sanno, soprattutto i visitatori, Sant’Ambrogio è una parrocchia: una comunità vera, viva, nel centro della città, ma aperta a 360 gradi».

Vescovo ausiliare di Milano dal 1999, De Scalzi – nato a Saronno il 6 settembre 1940, ordinato sacerdote nel 1964 – era abate di Sant’Ambrogio dal 1997. Ora è abate emerito: il cardinale Angelo Scola ha chiamato a succedergli monsignor Carlo Faccendini, attuale vicario episcopale per la Zona I-Milano. «Quando il cardinal Martini mi chiamò per comunicarmi la nomina – ricorda – ero già vicario per la Città. Mi disse: è più quello che riceverai di quello che darai. E aggiunse: avrei potuto mandare altri ma ho scelto te, associando l’incarico di abate a quello di vicario, così ci “guadagno” un prete … Un mese prima avevo notificato a don Faccendini la nomina a parroco dei Santi Silvestro e Martino, in viale Lazio, e ve l’avevo accompagnato, personalmente. Dopo essermi successo come vicario per la Città, ora mi succede come abate. Io resto in parrocchia a sua disposizione per le Messe, le confessioni e ogni necessità».

 

 

Qui batte il cuore di «don Erminio»: la comunità. Le pietre vive di Sant’Ambrogio. «Una parrocchia viva, sempre pronta ad accogliere tutti – chi viene per la bellezza del monumento, chi perché bisognoso di ascolto, di un accompagnamento spirituale, di un prete per confessarsi – e sempre orientata alla ricerca di chi sta sulla soglia o oltre. Abbiamo un centro d’ascolto molto attivo nel servizio ai poveri; un oratorio con 300 ragazzi iscritti al catechismo e che ora frequentano l’oratorio estivo. E ho sempre considerato mio dovere conservare la bellezza della liturgia ambrosiana e del suo canto monodico. Qui, ogni domenica, si celebra la Messa in latino col Messale di Paolo VI, che richiama molte persone. A tutti dico che il rito non deve ridursi a esperienza estetica o culturale, e il godimento spirituale non dev’essere fine a se stesso, ma la Messa continua fuori dalla chiesa, nell’amore per i fratelli». A proposito di Pietre Vive: «Così si chiama l’associazione formata da giovani volontari che gratuitamente accompagnano i turisti, nelle loro lingue, presentando la basilica non solo sul piano storico-artistico, ma culturale e religioso, offrendo una sorta di catechesi attraverso l’arte».

«Certo, abbiamo rinnovato anche il monumento – prosegue l’abate emerito –: dall’interno all’atrio di Ansperto, dal portico del Bramante al campanile dei canonici». Un intervento da ricordare? «Aver dato una sede dignitosa all’Archivio capitolare. Un dono alla Chiesa e alla città, in questi tempi ricchi più d’informazione che di cultura». Ma c’è un’altra responsabilità che De Scalzi ha fatto sua: «Qui non solo custodiamo le reliquie di Ambrogio, ma la sua memoria e gli insegnamenti, che sono di un’attualità sorprendente. Provate a leggere il De Nabuthae historia, in cui tratta i temi della proprietà, della povertà e della distribuzione della ricchezza. Vi sorprenderà».

«In questi vent’anni in Sant’Ambrogio – fa sintesi l’abate emerito – ho conosciuto una Milano bella, dal cuore ancora solidale, che non ha perso la vocazione all’apertura e la capacità di integrare il nuovo.

 

 
Accadeva ai tempi di Ambrogio, romano che veniva dalla Germania, e di Agostino e Monica, che venivano dall’Africa. Accade oggi, in questa città capace di rinnovarsi, come ha mostrato l’Expo, e che ambisce a ospitare l’Agenzia europea del farmaco, ma non deve dimenticare le periferie, gli indigenti, i giovani». Un segno della capacità di integrare? «Penso alle comunità straniere che in basilica hanno affiancato le “famiglie regionali” nell’occasione del Discorso alla città dell’arcivescovo… Chi viene da lontano sente la Chiesa, a Milano, come la casa dove nessuno è straniero, e la parrocchia come il primo indirizzo dove trovare il volto amico della Chiesa».

 




Basilica di Sant'Ambrogio - Piazza Sant'Ambrogio 15 - 20123 MILANO (Italia - EU)
(C) 2010-2014 Basilica di Sant'Ambrogio - All Rights Reserved