Mostra di ceramiche in gres del Monastero di Bose

DI TERRA E DI FUOCO

 

Mostra Ceramiche in gres del monastero di Bose
Dal 18 al 30 aprile – Oratorio della Passione (alla sinistra della Basilica di sant’Ambrogio)

 

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Fin dai tempi più antichi gli uomini hanno plasmato attraverso il tornio terra malleabile con acqua passandola poi nel fuoco: ecco la ceramica di “terracotta” che ittiti, semiti, greci, etruschi e romani hanno prodotto per la cucina e l’ornamento delle loro case.

Questa è la ceramica che tutti noi conosciamo…
In Cina però già nel terzo secolo avanti Cristo argille ricche di allumina ma sempre con forti qualità plastiche venivano sapientemente portate a temperature altissime fino a fondersi vetrificandosi.

 

Veniva così creato un prodotto molto resistente, non poroso, duro e pesante, chiamato gres, adatto per uso alimentare e per foggiare forme artistiche.

Noi ci procuriamo questa argilla in Francia ma l’abbiamo trovata anche qui vicino, nel vercellese, e attraverso prove e ricerche siamo in grado ora di produrre anche gres proveniente da queste terre moreniche della Serra…

 

Ecco dunque nascere da terra, acqua, aria, fuoco e dalle mani dell’uomo le nostre ceramiche, con i colori naturali e semplici della Serra. I nostri fratelli si sono formati alla scuola di Gérard Pott, allievo di Daniel de Montmollin, e di Gianni Beccafichi, uno degli artisti italiani più noti a livello internazionale.
Le nostre ceramiche sono lavorate solo a mano al tornio, decorate con smalti derivati da materie prime naturali e ceneri, cotte a 1300° C in riduzione, secondo antichi procedimenti.

Il termine “raku” significa “gioia profonda”. Apparso nel XVI sec. in Giappone, il raku è il prodotto dell’incontro tra i vasai coreani, il rituale giapponese della Cerimonia del tè e la filosofia Zen. Questo tipo di tecnica necessita di un impasto molto refrattario che resista a forti shock termici. Ogni oggetto è realizzato a mano, dipinto con ossidi e smalti, cotto a 1000° C in speciali forni; viene poi estratto incandescente con lunghe pinze metalliche. L’estrazione dal forno è un momento molto emozionante: l’oggetto viene adagiato su un letto di paglia o segatura e s’infiamma.

 

Viene poi chiuso ermeticamente con una campana. In questa fase della riduzione gli ossidi metallici presenti nello smalto reagiscono con il carbonio del fumo. Il forte sbalzo termico e il fumo di riduzione fanno emergere il “craquelé”: le piccole crepe nello smalto e nella terra che danno il tipico “effetto antico”. Il risultato del gioco tra aria, acqua, terra, fuoco e le mani dell’uomo, è sempre una gioiosa sorpresa che avvicina questa lavorazione a un rituale. Grazie alla ricchezza delle sfumature e dei riflessi degli smalti, l’oggetto raku rimane sempre irripetibile.




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